Per approfondire alcune tendenze di fondo che hanno caratterizzato il cambiamento dell’occupazione femminile negli ultimi anni in Emilia-Romagna sono stati analizzati alcuni indicatori sulle posizioni professionali ricoperte dalle lavoratrici rispettivamente nel 1996 e nel 2005. Dall’analisi dei dati emerge che, al di là della crescita quantitativa registratasi negli anni Novanta, si è verificato un processo di progressiva qualificazione delle forze di lavoro, che ha investito soprattutto i ruoli femminili.

Quest’ultimi sono passati da livelli impiegatizi e a bassa qualificazione, prevalentemente nell’ambito delle vendite, del turismo e della ristorazione, a ruoli di maggiore complessità e responsabilità quali funzionari e dirigenti.
Sebbene le dipendenti aumentino in tutte le posizioni professionali, la crescita percentuale più cospicua interessa tuttavia la quota delle dirigenti, che passano dal 17,3%  del 1996 al 26,8% nel 2005, quasi esclusivamente assorbita dal settore terziario, dove il loro numero risulta addirittura triplicato.
Aumentano anche le lavoratrici in posizione di quadro che raggiungono quota 40%, concentrate in particolar modo nel settore industriale; aumenta ancora in maniera significativa il numero delle impiegate (oltre 60mila unità, pari al 62%) prevalentemente inserite nella trasformazione industriale e nelle attività terziarie e delle operaie. Fra le occupate indipendenti, presenti in prevalenza nel settore terziario, aumenta la quota delle imprenditrici, che passano complessivamente dal 15,2% nel 1996 al 22% nel 2005 e delle libere professioniste che aumentano di quasi 6 punti percentuali, dal 24,4% al 30%.

In sintesi nonostante queste tendenze evidenzino un progressivo miglioramento delle posizioni professionali ricoperte dalle lavoratrici, va comunque sottolineato come  permangano tuttora forti divari di genere e le donne siano sotto rappresentate nelle posizioni dirigenziali (27%), mentre appaiono sovrarappresentate nelle posizioni impiegatizie dove incidano per il 62% del complesso, ricoprendo al contempo il 90% dei contratti part-time.

Per quanto attiene il tempo di lavoro infatti, nel periodo considerato si assiste ad una fortissima crescita dei contratti di lavoro part  time. Le lavoratrici in part-time aumentano tra il  1996 al 2005
di oltre il 14%, (dal 9,6% nel 1996 al 24% nel 2005). Più contenuta, ma ugualmente significativa appare la crescita dei contratti a tempo determinato (+ 4%).

L’Indagine Istat sulle Forze di Lavoro ha consentito, inoltre, nel 2005 di approfondire le motivazioni del ricorsopart-time, da cui emerge che la maggioranza delle lavoratici (oltre il 70%) ricorre al part-time per prendersi cura dei figli o di altri familiari, il 15% per poter disporre di più tempo libero, soltanto un 10% ne fa ricorso per motivi di studio o di salute; mentre tra i maschi prevale il ricorso al part-time per acquisire maggiore tempo libero (30% dei casi), per usufruire della formazione professionale (15% dei casi), per malattia , cura dei figli ed altri familiari nell’11% dei casi.

Rispetto alla volontarietà della scelta di lavoro a tempo parziale l’Istat consente di rilevare che circa il 65% delle part-timer non vorrebbe un lavoro full-time - dato che riguarda soprattutto le lavoratrici di età compresa tra i 35 e i 44 anni – in quanto presumibilmente più forte è l’esigenza di conciliare gli impegni lavorativi con le responsabilità ed i carichi familiari, favorendo la partecipazione delle madri alla vita attiva, soprattutto nelle famiglie dove tale scelta è sostenibile anche da un punto di vista reddituale.

Tra le lavoratrici più giovani fino ai 34 anni prevale invece la quota di quelle che accettano un lavoro part-time in mancanza di un rapporto di lavoro a tempo pieno.