La data del 25 novembre come “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” è stata scelta dall’ONU, nel dicembre del 1999, a ricordo delle tre sorelle Mirabal, violentate e uccise  il 25 novembre 1960 nella Repubblica dominicana.

Con la decisione di istituire tale giornata, l’ONU ha voluto porre all’attenzione generale il fatto che la violenza contro le donne, manifestazione dello storico squilibrio nei rapporti di potere tra i sessi in ambito sociale, economico, religioso e politico, costituisce uno dei meccanismi sociali fondamentali di sottomissione delle donne, e indebolisce - o annulla – il godimento dei loro diritti umani e delle loro fondamentali libertà.

Il 25 novembre è la data  per ricordarci che i diritti umani delle donne e delle bambine sono parte inalienabile, integrale e indivisibile dei diritti umani universali, che devono essere garantiti e tutelati e non solo declamati.
I dati relativi alla violenza subita dalle donne confermano, infatti, che essa è sempre di più la prima causa di morte e invalidità permanente.
Secondo il rapporto dell’ONU, presentato dal Segretario generale il 10 ottobre 2006 a New York, la forma più diffusa di violenza sulle donne è da parte di un familiare o partner: Almeno una donna su tre in tutto il mondo, infatti, subisce questo tipo di violenza nel corso della vita.

Anche il quadro nazionale presentato in questi giorni dall’Istat a Montecitorio, nell’ambito della giornata parlamentare contro la violenza alle donne, fotografa una situazione inaccettabile.
Si tratta dei risultati di un’indagine  - oramai non più recentissima,  del 2002, ma l’Istat promette a breve una nuova rilevazione - sulle violenze fisiche e psichiche verso le donne in Italia.
Il quadro risultante è un insieme sconcertante di violenze, di paure, di danni permanenti all’integrità psicologica.

Numeri inquietanti: 500.000 donne vittime di stupri compiuti o tentati, 10.000.000 donne – fra i 14 e i 59 anni – molestate  sessualmente, 900.000 ricatti sul luogo di lavoro .
I numeri della vergogna, ho letto più volte in questi giorni nelle pagine dei nostri quotidiani.
I numeri della vergogna soprattutto perchè indicano che la donna subisce violenze fisiche e psichiche spessissimo da parte di un  familiare o di una persona conosciuta, di cui si fida. Che una percentuale alta  - intorno al 44% -  delle donne che ha subito uno stupro o un tentativo di stupro, lo ha subito - evidenzia l’indagine Istat - in luoghi familiari.  Che molte donne abusate nel corso della vita o che lo sono state negli ultimi tre anni ha subito più volte violenze dalla stessa persona. E che c’è una quota impressionante di donne che per paura, per vergogna, per sfiducia non denuncia il fatto. Il sommerso delle violenze sessuali è ancora altissimo (soltanto il 7,4% delle donne che ha subito una violenza passa alla denuncia).

Le statistiche regionali sono più recenti – un segnale che questa Regione ha riservato al fenomeno un attenzione particolare  -  e si rifanno alla terza indagine promossa dal coordinamento regionale delle case e dei centri in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna.

La raccolta dati riguarda tutte le donne che hanno subito violenza e che si sono rivolte a Case o centri di accoglienza regionali dal 1° gennaio al 31 dicembre 2005.
1419 donne state accolte e/o ospitate in totale, di cui: 1271 dai centri antiviolenza della Regione, 148 dagli altri soggetti. Fra le donne accolte vi sono complessivamente 531 donne straniere.
La larga maggioranza delle donne accolte, pari a circa il 60%, è coniugata o convivente, le separate o divorziate sono circa il 17%, la fascia di età prevalente è compresa fra i 30  ei 39 anni, l’80% delle donne accolte ha figli/e, in grande maggioranza minorenni. Le violenze subite dalle donne accolte sono prevalentemente di carattere domestico.

Credo che sia giusto leggere i dati diffusi sulla violenza subita dalle donne –  tanto quelli nazionali quanto quelli regionali - anche alla luce del ruolo che la  nostra società riserva alle donne. Purtenendo conto di un percorso verso l’emancipazione che ha visto dal dopoguerra ad oggi tappe decisive, la fatica delle donne a raggiungere posizioni dirigenziali all’interno della vita politica e lavorativa,  il problema del differenziale retributivo tra uomo e donna o la maggior precarizzazione femminile sono un altro aspetto – certo meno drammatico –  dello stessa cultura.
Una cultura che possiamo definire maschilista, della violenza, discriminatoria e ostile al cambiamento. Pensare di modificarla – e questo dobbiamo farlo - significa mettere in atto  un processo sociale.
Per farlo fino in fondo e vedere dei risultati occorrono tempi lunghi, anche se in alcuni casi, parliamo di un emergenza.
Servono, allora, interventi su più fronti e un impegno interistituzionale fortissimo, serve il dialogo con il mondo dell’associazionismo che ha giocato un ruolo determinante in questi anni a contrasto del fenomeno, con le parti sociali e servono politiche trasversali con due obiettivi.

Il primo, il più urgente, è innanzitutto quello di stroncare i fenomeni di violenza, di tutto il campionario di violenze fisiche e psicologiche di cui la donna è oggetto.
Imprescindibile, in questo senso, è una conoscenza del fenomeno approfondita e dettagliata. Condivido, dunque, quanto è emerso nel corso della giornata parlamentare contro la violenza alle donne, ovvero pensare di produrre regolarmente delle statistiche disaggregate per sesso, esattamente come avviene in economia. Così come condivido la necessità di una legge che preveda  pene più severe per chi usa violenza, a casa, per strada, come nei luoghi di lavoro.

A livello regionale la consapevolezza politica di contrastare con determinazione le manifestazioni del fenomeno risale agli anni ’80, quando è stata costruita, anche col contributo delle Istituzioni, la rete dei Centri antiviolenza, i luoghi finalizzati a fornire consulenza, ascolto, sostegno ed accoglienza a donne, anche con figli, minacciate o vittime di violenza fisica, sessuale, psicologica e di costrizione economica.
Il riconoscimento del ruolo imprescindibile delle ONG operanti su questi temi e la collaborazione con esse ha sin dall’inizio caratterizzato l’intervento regionale, e lo caratterizza tuttora.
Uno dei risultati di questa collaborazione è stata nel 2000 la firma di un Protocollo d’Intesa tra la Regione, l’Associazione dei Comuni, l’Unione delle Province e le Associazioni operanti sul territorio regionale sulla tematica della violenza contro le donne. La Regione ha così iniziato a concertare e condividere priorità, obiettivi, strategie comuni di contrasto alla violenza alle donne con il coordinamento delle case e dei centri antiviolenza.
Su tali priorità è in corso di realizzazione una ampia gamma di interventi: alcuni sono in atto già da anni, come il sostegno alle Case e ai Centri antiviolenza o la formazione per le varie categorie di operatori che nel loro lavoro si imbattono in tale fenomeno; altri si trovano in uno stadio sperimentale, come gli Sportelli-lavoro, che offrono alle vittime sostegno e aiuto nel difficile percorso per uscire dalla violenza,  facendo riacquistare loro autonomia e dignità.  

Il secondo obiettivo riguarda la parità dei sessi e l’identità di genere così come è percepita e vissuta nei luoghi di lavoro, nella politica e in famiglia. La violenza contro le donne è, infatti, il fenomeno più evidente, più scellerato, più colpevole dello storico squilibrio nei rapporti di potere tra i sessi in ambito economico, politico e sociale.
Anche su questo fronte  occorrono azioni energiche perchè ci troviamo di fronte ad una vera e propria resistenza al cambiamento.

Cosa fare? Privilegiare le politiche trasversali, perché trasversali sono i bisogni e perché trasversalità vuole dire anche pensare alle politiche di genere non come a un settore di nicchia, ma come a una politica generale di cambiamento. Progettare azioni di comunicazione e sensibilizzazione  relative ai temi dei dritti, della rappresentatività, del riconoscimento e del rispetto della donna, ma soprattutto di tutti. Perché questo è il messaggio corretto e perché il problema della violenza alle donne si presenta intrecciato strettamente anche al tema della multiculturalità e multirazzialità. 
I più giovani devono essere i destinatari privilegiati di questo messaggio, il target  di riferimento. Ma se il concetto di destinatari richiama un ruolo di ricezione più passivo, alle scuole, ai docenti - in collaborazione con il mondo che sta fuori dalla scuola – è affidato il ruolo di coinvolgere attivamente i più giovani su questi valori. Proprio su questi temi gli insegnanti devono fare uno sforzo ulteriore, essere capaci di negoziare il ruolo tradizionale trasmissivo con un nuovo ruolo che è quello di creare le condizioni per favorire la partecipazione attiva dei ragazzi al processo sociale di costruzione delle conoscenze.
La scuola – ci tengo a sottolinearlo in questi giorni in cui il bullismo è  al centro dell’attenzione – non è responsabile di tanti atti di violenza e discriminazione  – ma rimane il luogo a cui guardare per  produrre cambiamento. Dalla scuola occorre partire.

Ma c’è un altro luogo in cui è urgente produrre un cambiamento, quello del mondo del lavoro.
Sono 900 mila in Italia, secondo l’Istat, i ricatti sessuali sul lavoro che avvengono al momento dell’assunzione o quando si tratta di promozioni.
Le donne nei luoghi decisionali sono troppo poche e quando sono i maschi a decidere dell’ingresso nel mondo del lavoro, del rientro o dell’opportunità di far carriera, i rischi delle donne aumentano. E aumentano, soprattutto, i rischi delle donne disoccupate o di quelle occupate ma con contratti flessibili.
E’ l’altra faccia della medaglia di questo 25 novembre e non possiamo ignorarlo.
Le politiche regionali, anche grazie al cofinanziamento del Fondo Sociale Europeo, hanno finanziato quest’anno progetti per sostenere l’integrazione sociale e lavorativa delle donne che hanno subito violenza, fisica, sessuale, psicologica e/o di costrizione economica, e la formazione per operatrici e volontarie dei centri antiviolenza, coinvolgendo anche nuove Province. Così  come hanno finanziato numerose iniziative per sostenere la promozione della partecipazione femminile al mercato del lavoro, per sostenere i percorsi di carriera femminili, per supportare l’autoimprenditorialità e il lavoro autonomo delle donne e per supportare  le politiche di conciliazione. Per supportare un processo sociale di cambiamento.

Le sempre maggiori conoscenze sui problemi delle donne  ci inducono  a consolidare e qualificare sempre più l’azione politica della Regione, su tutti i fronti, nella consapevolezza che si tratta di un impegno di lunga durata e di straordinaria quotidianità.