In occasione di questo 8 marzo, che cade nell'anno europeo delle pari opportunità, abbiamo pensato che fossero i giovani gli interlocutori ideali per dare avvio ad una nuova riflessione sulla differenza di genere.
Ci interessava capire come i ragazzi e le ragazze nelle nostra regione percepiscano il tema della parità di genere e delle discriminazioni, come lo vivano a scuola, in famiglia e se tale percezione cambi nel momento dell'ingresso nel mondo del lavoro. Ci interessava mettere in luce il loro punto di vista e, soprattutto, indagare come gli adolescenti immaginano nel futuro la parità tra i generi.
Lo strumento è stato un sondaggio rivolto ai giovani dai 14 ai 25 anni residenti in Emilia-Romagna.
Indagine sui diritti e la discriminazione tra i giovani
Abbiamo innanzitutto rilevato che il tema della parità viene considerato ancora attuale.
Due terzi di tutti gli intervistati, tuttavia, pensa che di parità si dovrebbe parlare di più, con più informazioni e scambi di opinioni, soprattutto a scuola, nelle sedi politiche, nei luoghi di lavoro e in famiglia.
Moltissimi sono anche i giovani convinti del persistere di discriminazioni, cioè differenze di trattamento fra uomini e donne, in particolar modo - per il 68% - negli ambienti di lavoro.
Quasi tutti gli intervistati (94%) vivono con i genitori, che nel 75% dei casi sono entrambi lavoratori. Circa il 63% dei giovani non sente la necessità di modificare l'atteggiamento verso il mondo femminile adottato dal padre. Circa il 65% delle giovani intervistate, invece, immagina un futuro di maggiore parità rispetto a quello delle proprie madri.
Quantità e qualità dell'occupazione femminile
Il mercato del lavoro in Emilia-Romagna ha conosciuto, a partire dalla metà degli anni '90, un andamento particolarmente favorevole, caratterizzato da una lunga fase di espansione dell'occupazione. All'interno di questo scenario la componente femminile è quella più dinamica, quella che ha visto crescere costantemente i propri tassi di occupazione, raggiungendo già nel 2004 il 61% e superando, con ben sei anni di anticipo, l'obiettivo fissato nell'ambito degli accordi europei per il 2010.
Emilio Reyneri - professore ordinario di Sociologia del lavoro all'Università di Milano Bicocca - sostiene che la crescente presenza femminile nel mercato del lavoro negli ultimi 15 anni costituisca una vera rivoluzione. Il lavoro è diventato plurale innanzitutto dal punto di vista di genere. E l'Emilia-Romagna, rispetto a questo processo, si colloca ai primi posti in Europa.
Tuttavia, le donne che lavorano nella nostra regione - molto più numerose che in altre regioni italiane ed europee - hanno diverse ragioni per essere insoddisfatte.
Innanzitutto registrano condizioni contrattuali più precarie degli uomini: se questi ultimi verso i trent'anni possono ambire a contratti più stabili, la precarietà delle donne si prolunga fino ai quaranta.
Studiano più degli uomini, distinguendosi, a scuola come all'università per i risultati migliori: ciononostante, rispetto all'investimento in formazione, le lavoratrici lamentano una progressione di carriera insoddisfacente.
Inoltre denunciano un differenziale retributivo, a parità di condizioni contrattuali e di responsabilità, ingiustificabile: le donne guadagnano, infatti, circa il 27% in meno dei colleghi maschi, se sono dipendenti; circa il 40% in meno se sono autonome.
Come se non bastasse, se le donne in Emilia-Romagna hanno scelto già da diversi anni di lavorare fuori casa, i carichi di lavoro all'interno delle famiglie non sembrano avere avuto una redistribuzione sufficientemente equa: le donne risultano lavorare complessivamente otto ore in più degli uomini dell'arco della settimana. E il carico di lavoro retribuito sommato a quello di cura aumenta per le donne oltre i 35 anni, raggiungendo complessivamente quasi le 60 ore totali di lavoro a settimana.
Tra percezione e realtà
Da un'analisi del mercato del lavoro in Emilia-Romagna in una prospettiva di genere è evidente che non emergono difficoltà sul fronte quantitativo, bensì su quello qualitativo.
La qualità della vita e del lavoro delle donne, anche in una regione come la nostra, è molto diversa da quella dei mariti e dei colleghi maschi. Tale divario è percepito dalle nuove generazioni?
Rassicurati da un modello familiare che tutto sommato funziona e protegge, i giovani, i maschi in particolar modo, sembrano rappresentare idealmente la propria condizione familiare, immaginando il loro futuro molto simile al vissuto, senza avvertire l'esigenza di grandi cambiamenti.
Storicamente le donne sono state escluse o emarginate dai luoghi di decisione. Il processo di critica e decostruzione di questa mentalità sembra essere ancora lungo. Una forma di resistenza culturale al cambiamento, nonostante i grandi risultati che le donne si sono conquistate in questi anni - appare piuttosto radicata anche tra i più giovani.
Un altro dato emerge con una certa chiarezza e merita una riflessione.
Il tema della parità è ancora molto attuale, ma se ne parla - dicono i giovani intervistati - troppo poco. Ed è vero, le pari opportunità, ne sono convinta, non possono più essere vissute come "cosa da donne" e nemmeno possono risolversi in un settore di nicchia.
Di parità e discriminazioni di genere bisogna parlare di più, ma non tra "addetti ai lavoro", bensì in famiglia, all'università, nei luoghi di lavoro e soprattutto nelle scuole. E questa è un'indicazione che come assessore alla scuola non lascerò cadere inascoltata.
Dall'etica alla pragmatica
Un ultimo dato emerge chiarissimo dal sondaggio e trova una conferma netta nei dati regionali: la percezione di vivere in un mondo di parità cala drasticamente con l'ingresso nel mondo del lavoro. E' in questo ambito che si gioca la partita dell'uguaglianza.
Rispetto a questo tema due osservazioni sono decisive.
Tra gli obiettivi specifici che la Regione Emilia-Romagna ha individuato con il nuovo Programma Operativo Regionale per l'attuazione del programma di competitività e occupazione attraverso il Fse, il sostegno al lavoro femminile - al miglioramento dell'accesso e della qualità della permanenza delle donne nel mercato del lavoro - è prioritario, anche come risorse destinate.
Ma il riscatto delle donne non è più soltanto una questione etica, è diventato una necessità.
La Regione con la prossima programmazione si pone l'obiettivo di raddoppiare l'investimento, pubblico e privato, in ricerca e sviluppo.
Per raggiungere questo obiettivo - fondamentale per una crescita sostenibile del nostro sistema
socio-economico - occorre puntare sul capitale umano femminile. Così come l'ingresso della donna nel mondo del lavoro è stato, in una certa fase, determinante per raggiungere nel nostro paese e nella nostra regione condizioni di benessere e di coesione sociale, oggi la qualità del nostro sviluppo e la sua sostenibilità è strettamente legata all'investimento sulla quota femminile del mercato del lavoro. Discriminare oggi le donne dal mercato del lavoro è un lusso che nessun paese si può permettere. Investire è l'unica via che eticamente e pragmaticamente è pensabile percorrere.
Investire nella società della conoscenza significa puntare sulla crescita del capitale umano e incentivare il trasferimento di conoscenze da quanti le generano a quanti le utilizzano e possono sfruttarle e viceversa. Investire sul capitale umano femminile significa mettere le donne nelle condizioni di qualificare le proprie competenze e progredire nella carriera senza essere sovraccaricate da doppi ruoli troppo faticosi e da un'iniqua redistribuzione di compiti all'interno della famiglia, vale a dire impegnandosi per favorire un cambio di mentalità e per rafforzare la rete dei servizi.
8 marzo: per approfondire
- Indagine sui diritti e la discriminazione tra i giovani - Presentazione dei risultati
- Profilo evolutivo dell'occupazione femminile in Emilia - Romagna
- Come è cambiata l'occupazione femminile negli ultimi dieci anni
- Il profilo delle lavoratrici in Emilia Romagna
- Disparità di reddito
- Il lavoro atipico femminile
- Le strategie conciliative delle donne in Emilia-Romagna
