Il Primo Maggio è anzitutto memoria di una cultura: quella del lavoro, dei suoi protagonisti, delle lotte che hanno contribuito in modo decisivo al costituirsi di una società fondata sui valori di uguaglianza e solidarietà. Celebrarlo comporta una riflessione sul presente, sull’identità dei lavoratori e sulla cultura del lavoro nella nostra epoca.
Oggi, dopo più di un secolo dalle prime celebrazioni del Primo Maggio, le conquiste decisive dei lavoratori si danno per assodate, ma nel frattempo il mondo del lavoro si è trasformato e alcuni soggetti ne soffrono in particolar modo: la componente femminile, i giovani, e chi giovane non lo è più. Per affrontare la complessità di questo scenario l’impegno della Regione è quello di promuovere,con ogni azione, una nuova cultura del lavoro.

La Festa del Lavoro trova le sue origini alla fine dell’Ottocento nelle lotte del movimento operaio, quando i lavoratori iniziarono ad organizzarsi e a scioperare per chiedere condizioni più eque, salari più dignitosi, un orario lavorativo più umano e la piena occupazione.
Come ogni celebrazione, il Primo Maggio, è un’occasione di partecipazione collettiva, ma è soprattutto memoria di una cultura: quella del lavoro, dei suoi protagonisti, delle lotte che hanno contribuito più significativamente al costituirsi di una società fondata sui valori di eguaglianza e solidarietà. Celebrarlo comporta una riflessione sul presente, sull’identità dei lavoratori – e con essa della loro dignità, delle loro condizioni e della loro sicurezza - e sulla cultura del lavoro della nostra epoca.

In Emilia-Romagna i dati quantitativi evidenziano l’aumento della popolazione attiva, la crescita  dell’occupazione, la riduzione dei tassi di disoccupazione. Da una lettura qualitativa del mercato del lavoro, tuttavia, si registrano ancora criticità, riconducili alla componente femminile, ai giovani, a chi giovane non lo è più e al fenomeno, ad essi traversale, della precarietà. 
Oggi, dopo più di un secolo dalle prime celebrazioni del Primo Maggio, le conquiste decisive dei lavoratori si danno per assodate, ma nel frattempo il mondo del lavoro si è trasformato e alcuni soggetti  ne soffrono in particolar modo. Questioni risolte si ripresentano perché si è modificata la componente del mercato del lavoro, diventata plurale dal punto di vista genere, perché le esigenze, inevitabili, di flessibilità del mondo economico-produttivo hanno via via minato le certezze di  molti lavoratori; perché la società della conoscenza chiede  lavoratori capaci di apprendere ad apprendere per tutta la vita lavorativa. Infine, sul lavoro continuano a morire in tanti, ed ogni giorno.

Le donne si trovano pertanto a sopportare condizioni contrattuali più precarie degli uomini e denunciano un differenziale retributivo ingiustificabile, a parità di condizioni e di responsabilità. I giovani entrano nel mercato del lavoro con contratti precari, spesso solo intesi come contratti di ingresso, ma in moltissimi casi, vedono ritardare ben oltre le previsioni l’arrivo di un lavoro stabile e di qualità. I lavoratori over 55, per obsolescenza delle competenze e delle professionalità, di fronte alla  perdita del lavoro e all’impossibilità di accedere alla pensione, si scontrano con le difficoltà di reinserimento.
E poi c’è un tema che riguarda tutti: sul lavoro muoiono in tanti, ogni giorno. Li chiamiamo incidenti. Un incidente è qualcosa che capita al di fuori delle previsioni,  ma in Italia si muore anche perché non si rispettano le regole più elementari della sicurezza.

Per affrontare la complessità di questo scenario l’impegno della Regione è quello di promuovere – con ogni azione, una nuova cultura del lavoro. Dove si è persa o si è indebolita  la cultura del lavoro, infatti, emergono le criticità più gravi
Parto dalla più seria; dalla sicurezza. Perché non di criticità si tratta, ma di un’emergenza. Le istituzioni hanno il dovere di prestare estrema e rigorosa attenzione affinché il diritto delle norme e dei lavoratori siano effettivamente garantiti. La Regione non ha competenze dirette in materia di vigilanza e controllo. Può però agire per formare i lavoratori perché conoscano i comportamenti a rischio, li evitino e siano in grado di proteggersi e formare le imprese ad una cultura della sicurezza e della regolarità.
La cultura del lavoro, intesa come cultura della sicurezza e della legalità, costituisce una garanzia per tutti i soggetti: per i lavoratori, che pagano il prezzo diretto e più alto delle irregolarità; per le imprese, danneggiate dalla concorrenza sleale di chi opera irregolarmente e per la società, che paga il prezzo della crescita dell’ insicurezza e sconta l’elusione degli obblighi contributivi e degli introiti fiscali.
Passo agli altri temi: alla promozione di una cultura dl lavoro in grado di offrire pari opportunità componente femminile,  come risposta alla richiesta di stabilità che viene soprattutto dai più giovani, anche attraverso politiche di istruzione e formazione e come azione preventiva alla fuoriuscita dal lavoro stabile dei lavoratori ultracinquantenni.

Che fare? Iniziamo dalle donne: formazione ai ruoli e alle competenze che tradizionalmente e culturalmente le vedono escluse, servizi più numerosi e più qualificati per la conciliazione dei tempi di vita e dei tempi di lavoro promozione della cultura di parità. La segregazione verticale ed orizzontale è una discriminazione indiretta, spesso è inconscia, quasi un’inerzia. Si tratta di una mera resistenza culturale al cambiamento di fronte alla quale non si può abbassare la guardia.
Che cosa fare per i giovani e la precarietà?  Per ridurre i tempi e i costi (individuali e collettivi) della transizione e della precarietà in ingresso nel mondo del lavoro, il sistema di istruzione e formazione deve puntare all’innalzamento del livello delle conoscenze di tutti, ma deve anche trasmettere competenze,  strumenti adeguati e una cultura del lavoro. A ciò occorre aggiungere che intendiamo, entro l’estate, destinare  otto milioni di euro agli incentivi alle imprese agli incentivi per un lavoro stabile e di qualità, rafforzando al contempo gli interventi volti ad innalzare le competenze di base e professionali dei lavoratori. La formazione ha due obiettivi rispetto al tema della precarietà del lavoro: trasmettere le competenze necessarie per rendersi indispensabili ad un’impresa o quelle per essere autonomi veri e acquisire la solidità professionale e economica per accettare i rischi della libera professione.
La formazione, infine, ha un ruolo prioritario anche negli interventi volti a rafforzare le competenze di base e professionali dei lavoratori a qualsiasi età e per tutto l’arco della vita. Ma, determinanti, sono anche le azioni di sensibilizzazione nei confronti delle  imprese sulle potenzialità che la valorizzazione delle esperienze possedute dai tali lavoratori implicano per  l’impresa stessa, sia come crescita del capitale intellettuale sia come  potenzialità per il trasferimento di conoscenze ai neoassunti.

Cultura del lavoro come sicurezza, regolarità, qualità e investimento sulle competenze è il messaggio della Regione Emilia-Romagna in un Primo Maggio che vede molti lavoratori e lavoratrici ai margini delle conquiste del secolo appena trascorso.