Il Parco davanti alla Prefettura Modena
Riflessioni su Principi e badanti
Lettera aperta di Danilo De Masi
Ho ricevuto in questi giorni una lettera di Danilo De Masi, Segretario Generale della Fondazione Saragat, che ho apprezzato molto e per questo motivo ho pensato di diffondere anche attraverso questo sito. Della lettera mi è piaciuto lo stile, lo spirito e la ricchezza culturale.
Il tema dell’integrazione oggi ci riguarda molto da vicino. Tutti oggi usiamo le parole integrazione, intercultura, multicultura, ma forse con un po’ di superficialità, trascurando che la società multiculturale non è un miraggio, ma è ormai la realtà, come dimostra la lettera relativa a Modena.
E’ al tempo in cui furoreggiava Johannes Chrysostomus Wolfgangus Theophilus Mozart che anche nell’austera asburgica Vienna si pose il problema di “dare soddisfazione” alle grandi masse “proletarie” che la rivoluzione industriale e la domanda di un sempre maggior numero di domestici e personale di servizio avevano riversato nei centri urbani. Teatri e giardini non furono più concepiti e realizzati solo ad uso privato – o degli amici – di nobili, clero, ufficiali, corti e cortigiani, ma anche per quel Popolo che il Manzoni stava per mettere in versi e che Pellizza da Volpedo avrebbe fatto avanzare, un secolo più tardi, sulla sua indimenticabile “tela” del 1901, ora conservata alla Galleria d'Arte Moderna di Milano.
Londra - come sempre - un po’ socialdemocratica ancor prima che vi si rifugiasse Marx e che sorgessero i Labouristi, aveva anticipato i tempi già nel 1600 quando Re Giacomo I° dispose l’apertura al pubblico della riserva di caccia di Enrico VIII°; riserva che, con Giorgio II° e Carolina, sarebbe divenuto l’odierno Hyde Park dove sul medesimo prato “fanno pausa” il direttore di banca ed il commesso della medesima, l’avvocato e la cameriera, il Professore universitario e lo studente.
L’Imperatore d’Austria Giuseppe II° decise così di aprire i giardini di Palazzo reale alla gente comune, facendone in sostanza un "parco pubblico”. Un aneddoto di quel tempo narra che numerosi esponenti della nobiltà viennese chiesero udienza (l’Imperatore riceveva qualunque suddito in ordine di richiesta di appuntamento, dalle 6 del mattino, 8 minti a testa) per esprimere l’impossibilità di passeggiare nei giardini reali al rischio di incontrare la propria servitù o di mischiarsi con gente di ben altra levatura che la propria: l’Imperatore pare rispondesse che egli stesso aveva sempre avuto quel problema, passeggiando proprio con loro nobili. Per rimanere esclusivamente con soggetti del suo rango, avrebbe dovuto frequentare esclusivamente la cappella sepolcrale ove riposavano gli antenati.
A Modena i giardini ducali – secondo gli orientamenti asburgici – erano già aperti alla plebe prima dell’arrivo dei piemontesi. A partire dal 1882 – come noto - vengono abbattute le mura (grazie alle future cooperative di “scariolanti”) ed al loro posto viene gradualmente a realizzarsi quello che i modenesi chiamano “Parco” e che circonda il centro-storico con un bell’anello di verde alberato. Dagli inizi dell’800 - così come dopo l’Unità d’Italia - quella che è oggi la provincia di Modena era afflitta da problemi economici che lo stesso Duca riteneva strutturali; i modenesi emigravano per lavoro in Lombardia, in Corsica e Marocco, in quell’America Latina che avrebbe poi frequentato Garibaldi; dopo il 1861 anche in Canada.
Ho da trent’anni la seccatura ed il piacere della doppia cittadinanza (Roma e Modena): negli splendidi parchi della Capitale si può vedere anche per molti mesi il medesimo “rifiuto solido urbano” oppure la carcassa di animale o di motorino non rimossa; a Modena transito a piedi quasi ogni lunedì nel parco fiancheggiato da Viale Martiri della Libertà, nell’area ex “Terraglio” San Pietro sul cui rialzo ci “ammoniscono” i ben restaurati Caduti della Grande Guerra. In quel pezzo di verde hanno trovato sfogo numerose generazioni di bambini “geminiani” e di altre provenienze (incluso chi scrive, mia figlia ed i miei nipoti); ora si ritrovano e fanno merenda gli “extracomunitari” nelle ore libere dai lavori domestici e di assistenza (mi dicono che quelli di provenienza indiana, pakistana o ex impero Britannico, pratichino anche la bella abitudine del déjeuner sur l’erbe. Anche gli inglesi lo dicono in francese). Francamente, non solo non riesco a dispiacermene, ma mi fa addirittura piacere che ciò avvenga. Semmai una circostanza – di tutt’altro genere - mi indispettisce è quella di dover interrompere una passeggiata a mille metri dallo stadio di calcio perché i nostri facinorosi tifosi non devono essere disturbati e non possono, al contrario, essere trattati come avviene – solitamente dalle polizie a cavallo – in tutti i paesi civili dell’Occidente.
Concordo una volta tanto con Beppe Manni sulla necessità di esprimere il massimo di solidarietà con chi ne ha bisogno e se la merita: una solidarietà attiva, non il lassé fair predicato – per causa e casa loro - dai centri sociali (che il massimo che hanno prodotto dal ’68 ad oggi è il “vietato vietare”). Chi ha avuto gli antenati in Perù, in Cile ed in Marocco o nelle bonifiche laziali dell’agro pontino di Littoria (oggi Latina), accetti ed apprezzi la considerazione critica che ho con vivo piacere ho ascoltato – e che sottoscrivo – dal successore del “Principe Foresto” (successore come “padrone di casa – intendo dire - e come illustre “forestiero” che ha scelto Modena per dimora di famiglia) ad un convegno sulla sicurezza, del maggio scorso: “alcuni modenesi vorrebbero che badanti e personale di servizio, terminato il proprio turno di lavoro andassero in un capannone e vi rimanessero chiusi a chiave senza farsi vedere all’esterno sino al turno successivo”.
La "fedelissima e floridissima colonia del popolo romano" – come la definiva Cicerone – tale divenne anche perché seppe crescere (da mera postazione di cambio cavalli e ristoro legionari in transito) aprendo le porte ai forestieri di ogni sorta che percorrevano la Via Emilia: questa apertura – materiale e mentale - ne ha fatto una città ospitale, disposta ad assorbire genti diverse, laboriosa e capace di affrontare i momenti e le circostanze difficili: “avia pervia”, appunto.
Danilo De Masi
