Nel 1999 l’Onu ha dichiarato il 25 novembre “Giornata mondiale contro la violenza alle Donne”.
Da allora, ogni anno questa data diventa l’occasione per non fare sentire sole le donne vittime delle violenze, per convincerle ad uscire dal silenzio e per sensibilizzare la società tutta.
Da 8 anni però questa data ci costringe ad una seria riflessione sulla condizione della donna nella nostra società. Nonostante i diritti acquisiti – il Novecento viene ricordato come il secolo dei grandi cambiamenti e delle grandi conquiste femminili –, nonostante il massiccio ingresso delle donne nel mondo del lavoro, in questi giorni ogni anno i dati che gli istituti di ricerca rendono noti e le storie di violenza che la stampa richiama con più insistenza, ci costringono ad un’amara constatazione: l’uguaglianza tra i generi non è solo qualitativamente differente, come si potrebbe dire per il mercato del lavoro, è semplicemente ancora un miraggio.
Convincersi che la violenza maschile nei confronti delle donne sia un fenomeno poco diffuso, che riguardi solo le fasce più deboli economicamente e culturalmente, e che la violenza sia commessa da estranei mentre la famiglia, al contrario, sia un luogo sicuro per definizione, è forse il modo per allontanare da sé il problema. Per le stesse ragioni, troppo spesso ci convinciamo che nella vita di una donna la violenza sia un fatto episodico scaturito da occasionali momenti di difficoltà o di crisi all’interno della coppia o della famiglia, o un atto compiuto da uomini con gravi problemi psichici.
La violenza maschile nei confronti delle donne è, invece, un fenomeno diffuso, anche se ancora sommerso, poiché spesso si sviluppa all’interno del ristretto ambito famigliare e affettivo. Accade a volte che le vittime stesse non denuncino le violenze subite, forse perché, in presenza di figli, vogliono evitare il trauma familiare. In realtà gli studi a questo riguardo dimostrano che i bambini crescono in modo più sereno con un genitore solo piuttosto che in una famiglia in cui il padre picchia la madre. Inoltre la violenza sulle donne è trasversale, in quanto interessa ogni strato sociale, economico e culturale senza differenze di età, religione e nazionalità. E’ invisibile perché i luoghi più pericolosi per le donne sono la casa e gli ambienti familiari e gli aggressori più probabili sono i loro partner, ex partner o altri uomini conosciuti. La maggior parte degli episodi di violenza, poi, non sono saltuari, ma reiterarti e, soprattutto, premeditati. La paura, il tema della dipendenza economica, l’isolamento, la mancanza di alternative, sono invece i fattori che rendono difficile o impossibile alle donne interrompere la situazione di violenza. Non altro.
Nel nostro Paese
Più di 6 milioni e mezzo di donne ha subito una volta nella vita una forma di violenza fisica o sessuale.
Nei primi sei mesi del 2007 ne sono state uccise 62, 141 sono state oggetto di tentato omicidio, 1805 sono state abusate, 10.383 sono state picchiate.
Ecco la realtà fotografata dall’Istat, nel febbraio 2007 e più recentemente dalla Polizia di Stato.
Altri dati diffusi dall'Istituto italiano di medicina sociale (Iims) indicano che in Europa la violenza è la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne tra i 14 e i 50 anni. Vittime dei maschi, più che della malattia o degli incidenti stradali, sono in numero maggiore
donne istruite, laureate e diplomate.
Nella nostra regione
Oggi, 23 novembre, l’Assessorato alle politiche sociali ha presentato una ricerca, finanziata dalla Regione e curata dall’associazione “Casa delle donne per non subire violenza”.
Il lavoro restituisce i dati sulle donne maltrattate che si sono rivolte in Emilia-Romagna alla Case delle donne, ai centri anti-violenza o ad altri soggetti pubblici e privati che hanno accolto donne vittime di violenza nell’anno 2005.
Da una prima elaborazione risulta che nel corso del 2005 sono state accolte e/o ospitate in totale 1.419 donne, fra cui 531 straniere, di una fascia d’età prevalente compresa fra i 30 e i 39 anni. L’80% delle donne accolte ha figli, in grande maggioranza minorenni.
Le violenze subite sono prevalentemente domestiche. Nel maltrattamento intervengono diverse forme di violenza: di carattere psicologico, violenze fisiche, compresi i tentativi di omicidio, violenze economiche come controllo della retribuzione e impedimento a cercare un lavoro, aggressioni o molestie sessuali, fino allo stupro.
I percorsi di uscita dalla violenza sono spesso difficili, sia a causa dei comportamenti persecutori del partner (o ex tale), sia per le difficoltà materiali in cui spesso versano le vittime.
Che cosa è stato fatto
Le donne vittime di violenza hanno bisogno di una rete di protezione, costituita non solo dai centri di accoglienza, ma anche da una pluralità di soggetti dei diversi servizi e delle istituzioni che le metta in grado di ricostruire un percorso di vita in condizioni di sicurezza e di autonomia.
La condizione fondamentale nel percorso di autonomia è l’indipendenza economica.
Per questo l’Assessorato che dirigo per far fronte a questa emergenza sociale ha finanziato interventi a favore dell’inclusione lavorativa delle donne vittime di tratta, prese in carico dalla rete regionale “Oltre la strada” e a favore della rete regionale dei centri antiviolenza, sia per formare le operatrici che per fornire il servizio di Sportello lavoro all’interno dei centri.
A partire dall’anno 2000 i progetti rivolti a donne che hanno subito violenza sono stati 23 per un finanziamento di 3.075.787 euro. Tali progetti hanno interessato 1.189 persone (compresi gli operatori dei diversi servizi coinvolti). In particolare i progetti destinati a vittime della tratta hanno coinvolto 614 donne al 30 giugno 2007. Per queste persone sono stati avviati stage formativi in azienda che hanno dato luogo, in misura variabile tra il 67% e il 90%, a prosecuzione del rapporto di lavoro nel luogo dello stage o in un settore analogo.
Con le risorse della programmazione comunitaria del Fondo Sociale Europeo nel 2006 l’Assessorato ha finanziato percorsi integrati di inserimento lavorativo per donne adulte in percorsi di protezione sociale e in accoglienza, donne che hanno subito violenza, fisica, sessuale, psicologica e/o di costrizione economica.
Rilevante anche per quantità di risorse destinate e per la qualità della progettazione, i percorsi di formazione per le operatrici e volontarie dei centri antiviolenza. In questi luoghi, le donne che subiscono violenza e i loro figli possono trovare protezione, sicurezza ed aiuti concreti. I Centri infatti forniscono un servizio specialistico ed una metodologia di intervento che permette alla donna che ha subito violenza di rielaborare i propri vissuti ed iniziare un percorso di autonomia, ricevendo sostegno e informazioni per utilizzare le risorse del territorio.
La violenza di genere è un problema di qualità di relazione tra gli uomini e le donne, ed occorre un percorso culturale di ampio respiro che sappia costruire il cambiamento.
Le azioni realizzate nel periodo 2000-2006 e quelle che prenderanno avvio a breve nell’ambito del nuovo settennio di programmazione - che già dal prossimo anno vedrà il finanziamento di numerosi percorsi formativi e di accompagnamento rivolti a donne in condizioni di svantaggio - possono dare un contributo a questo processo, rendendo le donne autonome, responsabili e capaci di scegliere.
Un’ultima riflessione va a alla Manifestazione di domani, sabato 24, a Roma: una manifestazione nazionale che ha trovato l'adesione di centinaia di associazioni impegnate da anni a denunciare una realtà spietata.
Un ringraziamento agli organizzatori e grande solidarietà a tutti e tutte coloro che vi parteciperanno.
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