Abbiamo voluto mettere al centro delle celebrazioni dell’8 marzo un tema che riteniamo strategico per lo sviluppo del nostro paese e delle nostre comunità: il sapere ed in particolare la cultura scientifica.
A questo proposito, la Regione sta elaborando una specifica progettazione di rilevanza regionale che punta alla realizzazione di laboratori in rete per facilitare l’avvicinamento degli studenti di scuola superiore allo studio delle materie scientifiche.
Si potrebbe dunque ragionevolmente supporre che la decisione di mettere insieme Donne e scienza sia dovuta alle deleghe di chi vi parla, che riguardano, oltre le pari opportunità, appunto anche la scuola e l’università.
In realtà, l’iniziativa nasce dalla convinzione che questi aspetti si intrecciano profondamente, nel senso che la rimozione di ogni ostacolo alla realizzazione di pari opportunità tra uomini e donne passa attraverso una piena affermazione delle potenzialità femminili all’interno dei luoghi nei quali si gioca e si decide il futuro di un paese, in particolare all’interno dei luoghi del sapere.
L’8 marzo quest’anno mi pare abbia assunto tinte particolari. Mai come oggi le donne appaiono al centro della scena pubblica. E purtroppo non sempre in modo positivo. Prendiamo la politica. Mesi fa pareva ritornata di attualità la discussione sulle quote (sull’onda di candidature femminili alla guida di importanti paesi), ma poi in realtà non si è fatto nulla di concreto. A volte le donne sono vezzeggiate e adulate, magari nel tentativo di irretirle, ma in altre occasioni sono oggetto di attacchi a diritti che sembravano ormai acquisiti. Più raramente ne vengono riconosciuti i meriti e le qualità. L’iniziativa di oggi e quelle correlate alla mostra “Nobel negati alle donne di scienza” tentano invece di sottolineare le loro capacità in ambiti che una tradizione culturale (fatemelo dire) sessista ha sempre ritenuto di pertinenza maschile.
Ecco perché abbiamo voluto ricordare la storia di donne che, pur avendo contribuito in modo decisivo al progresso scientifico in differenti campi del sapere e della ricerca, non hanno ottenuto il meritato riconoscimento, a volte attribuito a loro colleghi maschi per ricerche analoghe. Naturalmente, così facendo, abbiamo anche voluto rendere omaggio alla loro memoria e indirettamente ricordare le donne che invece ricevettero il Nobel nelle discipline scientifiche.
Nel corso del Novecento, su oltre cinquecento premi assegnati, sono state solo dieci le scienziate alle quali è stato attribuito il Nobel per le discipline scientifiche nei settori della chimica, della fisica e della medicina. È un dato che parla da solo e che racconta quanto la possibilità di carriera delle donne sia stata ostacolata anche, ma forse dovrei dire soprattutto, negli ambienti scientifici ed accademici.
Vorrei citare alcuni dati tratti da “Figlie di Minerva. Primo rapporto sulle carriere femminili negli enti pubblici di ricerca italiani”, un’inchiesta del 2001, ma i cui dati rimangono purtroppo attuali.
Le donne sono escluse dai luoghi di decisione e valutate con “coefficiente 2,6”, ciò significa che per ottenere promozioni pari a quelle di un ricercatore, una ricercatrice deve essere 2,6 volte più brava.
Alla fine degli anni Novanta, nonostante le studentesse italiane avessero ottenuto il 52% delle lauree in discipline scientifiche, superando i ragazzi anche per qualità con voti migliori, gli enti statali hanno assunto il 63% di uomini.
Dal 1999 le laureate in scienze hanno raggiunto il 60%, ma se guardiamo la percentuale di ricercatori, associati e ordinari nelle università, le percentuali si ribaltano a favore degli uomini e le donne rimangono ferme ai gradini più bassi della carriera. Quando si sale nella gerarchia accademica, si scopre che le donne vengono falcidiate: ne resta solo un 6,8%.
Siamo finalmente in presenza di un quadro incoraggiante che ha visto crescere le immatricolazioni a facoltà scientifiche dopo anni di calo delle iscrizioni, le laureate in materie scientifiche sono fortemente cresciute: ricordava il Corriere di ieri che dalle 4 laureate in scienze nel 1998 si è arrivati alle 8 dello scorso anno. Nonostante le donne che si laureano in discipline scientifiche siano oggi sono il 60%, ai più altri gradi della carriera accademica è la presenza maschile di scienziati uomini a dominare con l’87%.
Da tutti i dati emerge come le studentesse siano anche più brillanti in termini di voti. Posso confermare analoghe dinamiche anche per le studentesse del ciclo secondario della nostra Regione che conseguono mediamente risultati migliori dei loro compagni maschi. Fin dall’esame di licenzia media le femmine che ottengono ottimo all’esame sono il doppio dei compagni maschi. E alle superiori continuano a conseguire risultati migliori.
Ebbene, io sono convinta che finché il modello di società ed i sistemi di welfare rimangono quelli di oggi (e direi anche il modello accademico, ma su questo aspetto non entro più di tanto), difficilmente riusciremo ad invertire le forbice che si apre nell’ingresso nel mercato del lavoro o nel percorso accademico di donne e uomini dopo il conseguimento della laurea.
Le maggiori opportunità accademiche oggi si sviluppano infatti in un arco temporale che va dai 30 ai 45 anni. È la fascia d’età nella quale la mobilità sociale delle donne è ridotta e durante la quale le donne sono maggiormente assorbite da compiti di cura, anzi, per citare una recente indagine dell’Espresso, sono “ingabbiate nel privato”.
Naturalmente non siamo all’anno zero. Le donne lavorano, guadagnano, fanno carriera e mettono su famiglia. Ma meno di quanto vogliano o meritino.
Sono occupate percentualmente meno degli uomini, guadagnano meno e fanno meno carriera dei loro colleghi maschi, fanno meno figli di quanti inizialmente avrebbero desiderato.
Il segno meno miracolosamente diventa un segno più nell’ambito privato, sia a livello nazionale che regionale: a fronte dell’ora e 35 minuti che gli uomini italiani dedicano al lavoro famigliare ogni giorno, il tempo delle donne sale a 5 ore e 20 minuti. La forbice non è così larga in altri paesi europei.
La scarsa partecipazione degli uomini alla cura delle reti parentali fa emergere anche in Emilia-Romagna forti divari nella distribuzione dei carichi di lavoro domestico ed extra domestico per genere. Gli uomini dedicano in media 4 ore per attività domestiche alla settimana a fronte di 20 ore dedicate dalle donne; al contrario gli uomini dedicano in media 44 ore alla settimana per attività retribuite a fronte delle 36 ore per le donne. Nel tempo di lavoro totale le donne risultano lavorare complessivamente 8 ore in più alla settimana rispetto agli uomini. Gli stessi congedi parentali previsti dalla legge n° 53 del 2000 per promuovere una migliore distribuzione dei carichi di lavoro di cura nelle famiglie sono utilizzati per l’80% dalle donne. Da questo punto di vista è evidente che non riescono ad assolvere completamente la loro funzione principale di strumento perequativo.
Inoltre, le donne spesso vengono deliberatamente scoraggiate dal dedicarsi alla scienza, attraverso precariati più lunghi e compensi più miseri. Qualcuno ha giustamente sottolineato che categorie come quella di esclusione o emarginazione andrebbero usate con una certa accortezza. Nella vita di molte ricercatrici, soprattutto del Novecento, i confini tra discriminazione e autoesclusione sono labili: in molti casi è difficile dire chi ha rinunciato e chi ha ricevuto un netto rifiuto. Pensiamo a Mileva Maric, la studentessa di fisica che sposò Einstein e partecipò alle sue prime e fondamentali ricerche. In seguito si separarono e lei decise di rimanere accanto al loro ultimo figlio che aveva gravi problemi di salute, mentre il grande scienziato proseguiva la sua carriera e il contributo di Mileva è rimasto praticamente sconosciuto.
È un caso tipico, perché molte donne sono costrette a fare una scelta che per senso di responsabilità e per tradizione diventa ti tipo famigliare. Naturalmente questo riguarda la società più in generale. Il 13,5% delle lavoratrici italiane lasciano il lavoro dopo il primo figlio.
E non brilliamo certamente in un paragone internazionale. L’Italia risulta all’84° posto nella classifica mondiale della parità del World Economic Forum. Dal punto di vista dell’occupazione la media italiana (46,3%) è tra le più basse nei paesi UE e molto lontana dall’obiettivo fissato dal Consiglio di Lisbona del 60%. Ci consola il fatto che le donne emiliano-romagnole registrino tassi di occupazione superiori al 60% della popolazione attiva. Il mercato del lavoro della regione Emilia-Romagna ha conosciuto, a partire dalla metà degli anni ‘90, un andamento particolarmente favorevole, caratterizzato da una lunga fase di espansione. All’interno di questo scenario è stata proprio la componente femminile quella più dinamica che ha accresciuto costantemente i propri tassi di occupazione di circa un punto percentuale all’anno, giungendo nel 2007 al 62,7%.
Ebbene, io credo che ci sia una stretta correlazione tra questi dati e la presenza di un welfare locale e di una rete di servizi particolarmente significativa nella nostra Regione.
E lo sforzo che stiamo facendo con il Programma Operativo della Regione Emilia Romagna per il Fondo sociale europeo va in questa direzione. Le azioni, che saranno attuate trasversalmente a tutti gli Assi di programmazione, saranno mirate sia a facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro di donne con elevato capitale umano in ambiti professionali e/o mansioni tecniche scientifiche generalmente caratterizzate da maggiore segregazione di genere orizzontale, anche incentivando il lavoro autonomo, sia a favorire la stabilizzazione della situazione occupazionale e di migliorare i processi di conciliazione tra tempi di vita, tempi di lavoro e tempi di cura.
Ecco, io sono certa che se noi riusciamo ad estendere, ma soprattutto a potenziare questi servizi, se costruiamo un modello di welfare non solo assistenziale, ma diciamo così, orientato alle pari opportunità, ossia capace di mettere le donne in condizione di non dover scegliere tra la vocazione privata-famigliare e quella professionale, il risultato sarà che i talenti femminili emergeranno prepotentemente e avremmo donne gratificate dalla loro carriera professionale e al contempo madri e mogli altrettanto gratificate.
Insomma, le donne non hanno bisogno di sostegno nel loro ruolo pubblico, da questo punto di vista la battaglia sulle quote rischia di rimanere di retroguardia, o meglio, ha un senso come propellente iniziale, ma poi deve essere accompagnata da politiche attive di natura diversa. Le donne hanno maggiore necessità di essere aiutate nel loro ambito privato, nel quale, come detto, sono a volte imprigionate pur non desiderandolo.
Più servizi alle famiglie, maggiore sostegno alla paternità più che alla maternità, più congedi per i padri anziché alle madri, insomma più pari opportunità e meno pari garanzie e vedrete che sarà il merito ad emergere. Se ciò fosse possibile, perdonate il mio orgoglio femminile, ma sono certa che avremmo bisogno di quote, ma di quote azzurre.
