C’è una guerra tanto invisibile quanto dolorosa che riguarda tutti noi e che registra solo sconfitti e nessun vincitore. Si combatte quotidianamente nei luoghi di lavoro e ogni anno miete due milioni di vittime nel mondo, pressappoco quanti morirono per ogni anno di conflitto durante la Prima guerra mondiale. È un paragone agghiacciante, ma è ciò che emerge dai dati divulgati dall’Organizzazione internazionale del lavoro in occasione della recente Giornata mondiale per la sicurezza e la salute sul lavoro.
Mediamente in Italia ci sono tra le tre e le quattro vittime al giorno. Una ogni 7 ore, poco meno della lunghezza di un turno di lavoro. Nonostante la tendenza europea e nazionale dell’ultimo decennio registri una riduzione degli incidenti sul lavoro, il caso italiano vede purtroppo calare più lentamente il numero delle vittime, sia in termini percentuali che in termini assoluti, e l’Italia resta in Europa fanalino di coda con il più alto numero di morti sul lavoro.
I dati dell’Emilia-Romagna aggiornati a tutto il 2006, in un quadro di crescita dell’occupazione, evidenziano a loro volta una positiva tendenza calante degli infortuni sul lavoro in regione (-1,7%) e una riduzione delle cosiddette morti bianche: 119 infortuni mortali in Emilia-Romagna nel 2006, rispetto ai 137 del 2005. Anche i dati stimati per il 2007 confermano tale tendenza positiva, con un ulteriore calo degli infortuni sul lavoro. Tuttavia non possiamo abbassare la guardia, perché i 119 infortuni mortali del 2006 sono 119 in più rispetto a quelli tollerabili.
Le morti sul lavoro rappresentano una drammatica questione nazionale, come ha più volte ricordato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il decreto legislativo in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 1° aprile 2008 ha potenziato l’apparato di prevenzione, formazione e controllo e irrobustito l’apparato sanzionatorio. Le istituzioni, insieme alle forze sociali, sindacali e datoriali, devono riservare a questo tema la massima attenzione, perché non ci può essere festa il Primo maggio finché di lavoro si continuerà a morire.
Ma oltre alla garanzia di maggiore sicurezza, è necessario ridurre la precarietà del lavoro e dare una prospettiva con più garanzie e certezze ai nostri giovani. La Regione Emilia-Romagna sta attraversando un momento particolarmente felice dal punto di vista occupazionale. Nel 2007 il tasso di occupazione è salito al 70,3% (uomini  al 78,4% e donne al 62,1%), collocando l’Emilia-Romagna al primo posto in Italia e tra le aree più avanzate in Europa, mentre la disoccupazione è scesa al 2,9% (a livello nazionale è al 6,1%). A fronte della crescita dei posti di lavoro e della pressoché piena occupazione, emergono però segnali contraddittori per alcune categorie di lavoratori e per le donne (che pure registrano nella nostra regione tassi di occupazione invidiabili, superando di oltre due punti percentuali gli obiettivi di Lisbona che fissano per il 2010 al 60% la soglia di occupazione femminile). Ecco perché abbiamo voluto rafforzare queste particolari fasce di lavoratori che si trovano in una condizione di maggiore svantaggio, rendendo meno critiche per loro le opportunità di accesso e di permanenza al lavoro con politiche attive per contrastare la disoccupazione e la difficoltà di accesso al lavoro stabile, mettendo a disposizione una serie di incentivi per l’assunzione a tempo indeterminato dei disoccupati di lunga durata e dei lavoratori precari, dei genitori soli con figli e delle persone in carico ai servizi socio-sanitari.

Per fare in modo che il Primo maggio sia veramente festa, la dignità, le condizioni, i livelli contrattuali e il potere d’acquisto dei salari, la sicurezza e la qualità del lavoro devono tornare ad essere al centro dell’agenda di istituzioni, forze politiche e sociali.

Alle lavoratrici ed ai lavoratori, il mio augurio di un buon Primo maggio.

Paola Manzini