Partecipiamo alla campagna "Salva la scuola, salva l'Italia" del Partito democratico

Nei giorni scorsi il Ministro ci ha detto quanto investirà nella scuola pubblica la mano sinistra del Governo, tacendo però sul fatto che con la mano destra ne taglierà approssimativamente quattro volte tanto. Il Ministro tenta quotidianamente di nascondere misure così rilevanti distraendo l’opinione pubblica e utilizzando specchietti per le allodole come la questione dei grembiulini, del voto di condotta, del libro di studio non modificabile, dei voti numerici in sostituzione dei giudizi sintetici. A parte quest’ultimo punto, che fa piazza pulita di tre decenni di approfondito dibattito pedagogico, su alcuni aspetti si potrebbe anche convenire, dal momento che richiamano l’esigenza di avere una scuola più rigorosa e capace di premiare il merito e l’impegno, una linea fortemente sostenuta anche dagli esecutivi di opposto colore politico e invocata anche da precedenti ministri di centrosinistra.

Ma la sostanza dei provvedimenti del Governo è ben altra. Sui giornali esponenti del Governo criticano una scuola, a loro dire, figlia delle esagerazioni del Sessantotto, ma di fatto adottano misure molto più cariche di ideologia solo per soddisfare la fame di risorse di Tremonti. La Gelmini, accampando inesistenti ragioni di natura culturale e pedagogica, per nascondere ragioni squisitamente economiche, con un tratto di penna ha cancellato un’esperienza, il modulo, che, come riconosciuto da tutti e come confermato dalle indagini dell’OCSE, è stata una delle riforme più efficaci della scuola italiana. Il modulo, che prevede 3 docenti su 2 classi e il lavoro in team, venne introdotto nel 1990 dopo un approfondito dibattito pubblico e una fase sperimentale che coinvolse famiglie, mondo della scuola, pedagogisti, e non nacque, è bene precisarlo, da pretese sindacali per creare posti di lavoro.

Oggi, invece, con decreto e evitando il confronto, si smantella l’esperienza del modulo che ha elevato i livelli di apprendimento dei bambini e ridotto le disuguaglianze sociali. È ampiamente riconosciuto, anche da pedagogisti vicini politicamente al Governo, come il modulo e il tempo pieno siano oggi, ancora di più, i modelli migliori per qualificare una scuola nella quale sono cresciute le differenze culturali e sociali e la presenza di bambini di famiglie immigrate, nonché per educare bambini che vivono in una società molto complessa. La destra offre una risposta semplice a questa complessità, ma è una risposta che in realtà nasconde sotto il tappeto i problemi e non li affronta, come suggeriva il 24 settembre Michele Serra sulle colonne di Repubblica, trincerandosi dietro ad uno sguardo nostalgico verso il passato. Inoltre, la presenza di un unico maestro nella scuola primaria rende oggettivamente più difficile l’integrazione scolastica dei bambini con disabilità che, anche qualora non si tagliasse il sostegno, risentirebbero certamente della riduzione del numero di insegnanti in classe e della fine della compresenza.

Il decreto colpisce insomma pesantemente la scuola primaria, che rappresenta l’unico segmento formativo nel quale l’Italia esprime livelli di eccellenza riconosciuti internazionalmente e non aggredisce i problemi veri della scuola italiana, che riguardano prevalentemente la scuola secondaria e l’università, dove, come rilevano i dati OCSE, l’Italia è sotto la media europea per spesa pubblica, stipendi degli insegnanti, competenze acquisite dagli studenti nelle materie fondamentali, esiti occupazionali postlaurea. Ecco perché condivido pienamente la battaglia politica del Partito Democratico che il 26, 27 e 29 settembre sarà davanti alle scuole e in piazza a manifestare contro i provvedimenti del Governo.

Perché tagliare nella scuola significa tagliare le gambe al futuro del nostro Paese e dei nostri giovani.