Sfruttando per l’ennesima volta l’espediente del voto di fiducia, la maggioranza ha dato il via libera alla Camera al decreto 187, che adesso è passato in Senato.
Il cosiddetto decreto Gelmini, contro il quale si sono mobilitati studenti, insegnanti, famiglie ed enti locali, tocca tra le altre cose anche l’organizzazione della rete scolastica: con un atto di arroganza istituzionale e politica, il Governo impone ora alle Regioni di ridimensionare la rete scolastica e prevede una scadenza ravvicinata per realizzare tale ridimensionamento, pena il commissariamento.
La Regione Emilia-Romagna farà ricorso presso la Corte costituzionale contro questo inaccettabile abuso.
Sono convinta che la scuola italiana abbia sì bisogno di interventi e cambiamenti, ma questi non devono basarsi sui tagli, bensì sul sostegno e sul rilancio.
Servono confronto, dialogo e riforme e non la prepotenza di una maggioranza impegnata solo ad imporsi con voti di fiducia per portare acqua - ossia soldi - all’assetato mulino Tremonti.
Grazie all’ennesimo voto di fiducia imposto dal Governo, la maggioranza ha dato il via libera alla Camera al cosiddetto decreto Gelmini, che adesso è passato in Senato. Nel corso di queste settimane sono state ricorrenti e provenienti da più direzioni le critiche al decreto 137 che, tra le altre cose, ripristina il maestro unico e riduce il tempo scuola a sole 24 ore.
Contro i provvedimenti del Governo si sono mobilitati studenti, insegnanti, famiglie, enti locali.
Venerdì le piazze delle principali città italiane si sono riempite di studenti che manifestavano contro il ministro. Le sigle sindacali della scuola hanno deciso di promuovere una forte mobilitazione di tutto il personale, non escludendo lo sciopero generale nazionale per l’intera giornata del 30 ottobre.
Le famiglie sono preoccupate di ciò che si configura per il prossimo anno scolastico, in seguito al decreto e ai tagli previsti dalla manovra estiva e dal piano della Gelmini. Gli enti locali sono stati sostanzialmente ignorati. Il Governo predica federalismo ma razzola centralismo. L’ultima vicenda riguarda lo scippo di una competenza delle regioni e degli enti locali: l’organizzazione della rete scolastica. Con un atto di arroganza istituzionale e politica il Governo impone alle Regioni di ridimensionare la rete scolastica e prevede una scadenza ravvicinata per realizzare tale ridimensionamento, pena il commissariamento. Le Regioni e gli Enti locali hanno pochi giorni di tempo per allinearsi a parametri molto restrittivi che produrranno consistenti tagli al numero di scuole e classi. La Regione Emilia-Romagna farà ricorso presso la Corte costituzionale contro questo inaccettabile abuso.
Sono convinta che la scuola italiana abbia bisogno di interventi e di numerosi cambiamenti. Ma credo che questo vada fatto con il segno più e non con il segno meno, tanto per rimanere nell’ambito di un lessico scolastico. La scuola ha bisogno di sostegno e rilancio e non di tagli. Ha bisogno di confronto, dialogo e riforme e non della prepotenza di una maggioranza sorda ad ogni critica e impegnata solo ad imporsi con voti di fiducia per portare acqua, e soldi, all’assetato mulino Tremonti. I recenti provvedimenti del Governo non affrontano i reali problemi della scuola italiana che riguardano prevalentemente la scuola secondaria e il segmento universitario, e rappresentano un colpo durissimo alla scuola primaria che costituisce il nostro fiore all’occhiello. La Gelmini ha citato inesistenti ragioni di natura pedagogica a difesa dei suoi provvedimenti per nascondere ragioni prettamente economiche e smantellare il modulo e il tempo pieno. La storia del tempo pieno italiano si intreccia strettamente con le esperienze pilota svolte in Emilia-Romagna per impulso degli enti locali e come effetto di trascinamento di forti tradizioni di pensiero pedagogico già nel corso degli anni Sessanta. Gran parte dei pedagogisti ritengono che avere maggior tempo a disposizione consenta di andare oltre l’insegnamento e le metodologie tradizionali. Un tempo più “disteso” può alimentare un diverso concetto di alfabetizzazione (con la riscoperta di nuovi linguaggi), promuovere un diverso metodo di studio, lasciare spazio alle identità e alle culture di provenienza, collegare la scuola alla vita, valorizzare anche gli aspetti non intellettuali dell’esperienza scolastica. Il ripristino del docente unico nella scuola primaria rende oggettivamente più difficile l’integrazione scolastica dei bambini stranieri e di quelli con disabilità che, anche qualora non si intaccasse il sostegno, risentirebbero certamente della compressione del tempo scuola, della riduzione del numero di insegnanti in classe e della fine dell’esperienza positiva della compresenza. Infine, un tempo scuola più ampio rappresenta una risposta a una domanda sociale. È evidente che una diversa organizzazione familiare, con una crescente incidenza del lavoro femminile extradomestico, e le nuove esigenze del mondo del lavoro, comportano una riflessione su come affrontare nuove tipologie di domande sociali.
Ancora oggi le statistiche sulla presenza del tempo pieno nelle diverse province italiane sono direttamente correlate ai livelli di occupazione femminile. Il caso emiliano-romagnolo, che vanta i maggiori tassi di occupazione femminile, è significativo dello stretto nesso tra diffusione di scuole a tempo pieno e alta occupazione femminile. Anche per questo difenderemo sino all’ultimo un modello che rappresenta un vanto per le nostre realtà. Lo faremo a fianco degli studenti, delle famiglie, degli insegnanti. Di qui nasce anche il mio sostegno politico alle iniziative promosse in queste settimane del Partito Democratico e la mia adesione alla manifestazione del 25 ottobre a Roma, perché ridurre e tagliare risorse nella scuola significa ridurre le prospettive dei nostri giovani e tagliare le gambe al loro futuro.
