C’è un problema di metodo, perché anche questa volta si è proceduto senza consultare le Regioni e gli enti locali, ma c’è anche un problema di merito.
Attraverso la finta libertà lasciata alle famiglie di poter scegliere tra diverse opzioni educative (24, 27, 30 o 40 ore), in realtà si svuotano di contenuto modelli scolastici (il tempo pieno non è solo un numero di ore) e si aboliscono organizzazioni didattiche e pedagogiche che avevano consentito alla nostra scuola elementare di raggiungere elevati livelli di eccellenza. Finta libertà di scelta perché in realtà la scelta delle famiglie sarà dettata dalla disponibilità di organici e personale e dovrà dunque tenere conto dei tagli draconiani operati sulla scuola.
Si torna di fatto al maestro unico (anche se una volta lo si chiama prevalente e un’altra di riferimento), si elimina la compresenza e si mette fine all’esperienza del modulo (peraltro anche per coloro che già frequentano le primarie e non solo per i bambini che entreranno dal prossimo anno); modelli didattico-organizzativi che hanno elevato i livelli di apprendimento dei bambini, ridotto le disuguaglianze sociali e consentito di accrescere il tasso di occupazione femminile. La fine del modulo in particolare avrà conseguenze gravi sulla qualità della scuola primaria.
Il 17 dicembre il Ministro ha incontrato le Regioni e si è limitata ad informare sul dimensionamento ed il primo ciclo, non mostrando nemmeno un documento sulla riforma della scuola superiore, anch’essa esaminata dal Consiglio dei ministri del 18. Ritengo questo atteggiamento, autoreferenziale e chiuso al confronto con gli enti locali, sbagliato e soprattutto non utile alla scuola stessa
“Noi la vostra crisi non la paghiamo” è lo slogan degli studenti nelle manifestazioni e non possiamo che dar loro ragione. La protesta che sale dal paese è una protesta giusta e legittima verso provvedimenti che compromettono il futuro dei nostri giovani e dell’Italia intera. Credo che la politica debba ascoltare questa moltitudine di studenti, insegnanti e famiglie che protestano.
Ed anche come militanti del Partito democratico, lo dico soprattutto in questo momento particolare della sua giovane vita, dobbiamo essere capaci di aprire un dialogo con i fermenti sociali nel paese, naturalmente sempre da una prospettiva riformista, mettendo in campo le nostre idee e i valori che ci uniscono e che rappresentano le ragioni fondanti del partito.
Io sono convinta che sulla scuola si debba intervenire, e lo si debba fare insieme a chi nella scuola lavora e studia, con interventi anche incisivi. Ciò non significa che l’unica strategia sia quella di tagliare, perché chiunque è capace di tagliare un pezzo di stoffa, ma solo un buon sarto ricava da ciò che taglia altra stoffa per decorare e migliorare l’abito che sta cucendo. Voglio insomma dire che la razionalizzazione ha senso solo se ogni euro sottratto alla scuola ritorna alla scuola per qualificarla. E così purtroppo non sarà.
E non è per sfiducia nel governo centrale (o meglio, non solo per questo) che pensiamo che a governare queste politiche debba essere il livello di governo più capace di rispondere alle esigenze dei territori, naturalmente salvaguardando le competenze statali. Ma perché riteniamo che chi è più vicino ai cittadini, alle famiglie, agli studenti e conosce meglio il sistema socio-economico locale, può intervenire più adeguatamente e con maggiore cognizione (naturalmente se dotato delle risorse necessarie). Ma purtroppo, come ha ricordato il Presidente Errani, anche in questo caso non c’è stata nessuna concertazione con le Regioni.
La Regione Emilia-Romagna accoglie circa 10-15.000 allievi in più ogni anno ed ha abbondantemente superato la quota di mezzo milione di effettivi. Registriamo una crescita costante del numero di studenti in questi ultimi anni, in primo luogo stranieri. Siamo in presenza di nuovi scenari sociali e dinamiche socio-demografiche e migratorie che stanno trasformando i territori locali. Emergono nuovi bisogni che ci spingono ad aggiornare quotidianamente strategie ed obiettivi per garantire la coesione sociale e la qualità della scuola. Il nostro sistema scolastico regionale oggi presenta l’incidenza maggiore in Italia per percentuale di bambini stranieri all’interno delle scuole di ogni ordine e grado (11,6%).
Davanti ad un quadro così mutato, è evidente che dobbiamo individuare risposte adeguate per garantire l’alto livello di benessere raggiunto e per rispondere alle priorità dettate da una economia basata sempre più sulla conoscenza.
Occorre perciò confermare e rilanciare lo sforzo comune per raggiungere obiettivi condivisi di modernizzazione, rafforzando la scuola come luogo in cui i giovani maturino personalità competenti e capaci di muoversi in un mercato del lavoro sempre più mutevole
Le istituzioni e le comunità locali della nostra Regione hanno tradizionalmente affrontato le sfide poste dai cambiamenti sociali guardando al futuro e compiendo scelte lungimiranti che hanno consentito al contesto regionale di divenire, secondo tutti gli indicatori statistici, una delle regioni più sviluppate d’Europa. Pur in presenza di alcuni segnali negativi, il patrimonio di un’esperienza che affonda le sue radici nel passato rappresenta oggi un’eredità collettiva che va quotidianamente valorizzata, aggiornata e arricchita.
La lotta al disagio e alla dispersione scolastica, la promozione dei diritti di cittadinanza, l’orientamento scolastico, la programmazione della rete scolastica e gli interventi nell’edilizia scolastica, il sostegno all'autonomia, l’integrazione tra scuola, formazione e lavoro, il tempo pieno, il diritto allo studio, l’inserimento degli alunni stranieri e l’attenzione agli alunni con disabilità sono gli ambiti di intervento nei quali più ci siamo spesi laddove governiamo. Siamo oggi in presenza di un sistema qualificato, ma che tiene solo se c’è la consapevolezza che la governance, pur nel rispetto delle diverse competenze, deve continuare ad essere il frutto di un confronto, partecipato ed interistituzionale. Come Regione intendiamo pertanto proseguire nel sostegno a processi di autogoverno e autonomia, nelle sedi di concertazione e con gli strumenti definiti dalla legislazione vigente, ma è urgente anche la piena attuazione di quanto previsto dal Titolo V, attribuendo ai territori le competenze e le risorse necessarie a fronteggiare direttamente le continue sfide poste dall’evolversi sociale. E, soprattutto, è necessario che i nostri interlocutori a Roma abbiano ben presente che solo lavorando assieme si fanno gli interessi della collettività.
Noi vogliamo una scuola che guarda al futuro e non al passato, che premia merito e impegno, ma che mantiene anche l’attenzione per coloro che sono in difficoltà per ragioni fisiche, culturali o sociali. Per coloro ai quali devono essere offerte opportunità e aiuto. E per questo lavoriamo e continueremo a lavorare. Perché non vogliamo che i nostri giovani paghino la crisi di altri.
Paola Manzini
