62° anniversario della Liberazione
Carpi, 22 aprile 2007
Autorità militari, religiose, civili; cittadini,
ringrazio l’Amministrazione Comunale per avermi invitato in occasione delle celebrazioni dell'anniversario della Liberazione.
Ricordiamo il 62° anniversario della Liberazione in uno scenario internazionale ancora tragicamente segnato da conflitti che rievocano la guerra che aveva sconvolto l’Europa nella seconda metà del Novecento.
La necessità di un ruolo più incisivo del nostro continente nell’ambito delle relazioni internazionali ci ricorda una delle più grandi eredità morali di quel 25 aprile di 62 anni fa.
La Resistenza italiana si colloca all’interno di un’esperienza che fu di carattere europeo. Proprio nei giorni scorsi abbiamo celebrato il cinquantenario dell’Unione Europea ricordando la nascita della Cee: il processo di integrazione e poi unificazione europea partì con l’obbiettivo di garantire pace e benessere al nostro continente e va riconosciuto che in nessuna regione al mondo come nell’Europa unita è stata garantita pace e convivenza tra popoli.
Oggi l’Europa deve giocare un ruolo di primo piano in un mondo che deve essere sempre più multipolare e guidato da relazioni multilateriali. Ecco perché preoccupano gli ostacoli incontrati dal processo di unificazione europeo relativi alla stesura della Costituzione europea; difficoltà che si inseriscono in un quadro più ampio di tensioni, dovute da un lato ai processi di mondializzazione dell'economia e della conoscenza, dall'altro lato alla sempre più evidente necessità di ritrovare sul piano locale identità e coesione sociale.
Negli ultimi anni un vasto movimento di opinione, sostenuto a volte dai media, ha tentato di attribuire alla Resistenza i problemi originari del nostro sistema politico e di individuare nell'8 settembre il momento della 'morte della patria', insistendo sulla dimensione minoritaria del movimento partigiano e sul suo limitato ruolo militare.
In realtà, se non ci fosse stata la Resistenza che ha riscattato l’onta del fascismo, l'Italia sarebbe uscita dalla Seconda Guerra mondiale come un paese sconfitto, umiliato, diviso e non più sovrano.
L'8 settembre non morì la patria, ma lo stato monarchico. La Resistenza, sulle macerie della guerra, ha costruito un'Italia nuova e democratica, che ha riconsegnato agli italiani la propria dignità nazionale e che ha contribuito, a livello continentale, a dare un’identità all’Europa.
Al movimento partigiano italiano hanno partecipato 250.000 combattenti, ma sono molti di più i protagonisti di queste vicende, perché fra chi prese parte alla Resistenza bisogna annoverare anche coloro che appartenevano alla vasta rete di solidarietà che si creò intorno a questo movimento di popolo. La storia della Prima zona partigiana (composta dai comuni di Carpi, Soliera, Novi e Campogalliano) rappresenta l’esempio più significativo di questa epopea. E qui mi preme ricordare anche lo straordinario ruolo svolto dalle donne, la Resistenza civile e non armata, così come voglio ricordare Odoardo Focherini alla cui memoria è stata appena conferita la Medaglia d’Oro al merito civile.
La contrapposizione politica del dopoguerra italiano ha impedito che il patrimonio etico della Resistenza diventasse un patrimonio condiviso da tutti, confinando quella esperienza all’interno dei circuiti di partito. In realtà la Resistenza, seppur mossa da motivazioni diverse, è stata tutta contro il Nazifascismo e le sue aberrazioni. È stato proprio grazie al patrimonio comune di valori, non solo della Resistenza come esperienza armata, ma anche come esperienza etico-morale, come vissuto di donne e uomini, che lo scontro acceso del dopoguerra si è potuto mantenere, nonostante le forti tensioni, all’interno di un terreno democratico. Le principali eredità di quell’esperienza sono una Carta costituzionale tra le più avanzate al mondo, la conquista del suffragio universale e del voto alle donne.
Da parte di alcune forze, e da alcuni storici revisionisti, si intende invece svalutare il ruolo avuto dalla Resistenza, per proporre una sorta di archiviazione del passato, rivendicando una riconciliazione che intende mettere sullo stesso piano non solo vinti e vincitori, ma ragioni dei vinti e ragioni dei vincitori.
Se da un lato noi dobbiamo accettare questo confronto, proprio per trasmettere ad essi la ricchezza del patrimonio culturale della lotta di Liberazione, dall’altro dobbiamo distinguere tra le ragioni di una e dell’altra parte. I morti sono morti (Ricordate Pavese? “Ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”), sia che siano caduti da una parte o dall’altra, e il dolore di chi li ricorda è il medesimo e va rispettato allo stesso modo. Tuttavia, consegnato alla storia il dolore delle famiglie delle vittime e salvaguardato il rispetto dovuto ai morti di una parte o dell’altra, rimane inaccettabile confondere le ragioni che dividevano i progetti e le prospettive di chi – da vivo – combatteva sui fronti opposti.
Ricordo Calvino in un passaggio del suo bel libro “Il sentiero dei nidi di ragno”:
“… basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova dall’altra parte, come Pelle dalla brigata nera, a sparare con lo stesso furore, con lo stesso odio, contro gli uni o contro gli altri, fa lo stesso […] la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là si ribadisce la catena”, una catena di violenze e sopraffazioni e conclude “noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente viene perduto, nessun gesto, nessuno sparo […] servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena […] Questo è il significato della lotta”.
Mentre da una parte si combatteva per l’affermazione di un regime intollerante e antidemocratico, dall’altra parte si combatteva per una società nuova, diversa da quella che il fascismo aveva propinato per vent’anni. Mentre da una parte c’erano odio e simboli di morte, dall’altra c’era la speranza di una nuova vita, migliore e più giusta.
Il movimento partigiano era composto in gran parte da donne e uomini umili, poveri e male armati, che combattevano contro l’esercito più forte del mondo. Essi avevano risposto ad un altro bando di reclutamento, quello della loro coscienza civile, e rappresentavano a loro modo un esercito: il primo esercito del popolo italiano che voleva essere libero, il primo esercito dello stato democratico e antifascista. Noi ne celebriamo oggi la memoria proprio in questa piazza che li ricorda, a pochi metri da dove la barbarie fascista trucidò 16 antifascisti il 16 agosto del 1944.
Chi si riconosce nei valori della Resistenza sa che i partigiani hanno combattuto per degli ideali giusti, per ridare dignità ed onore al paese. Ma, partendo da questa certezza, noi non dobbiamo avere paura del confronto con posizioni diverse. Occorre costruire un terreno comune e condiviso, nel quale le memorie possano liberamente confrontarsi. Ciò presuppone il riconoscimento dell'altro, il diritto di tutti ad avere una propria memoria, ma all’interno di una storia che non può che essere unica. E la Repubblica nata dalla Resistenza e sancita dalla Costituzione può garantire questo spazio comune.
Ogni paese ha le sue date simbolo (il 14 luglio per i francesi, il 4 luglio per gli americani) che racchiudono in sé stesse il sentimento per una storia comune.
Purtroppo bisogna riconoscere che il 25 aprile non è diventato nel dopoguerra il simbolo di identità nazionale per cui tanti uomini e donne hanno combattuto. Il nostro Paese è coinvolto, ormai da anni, in un momento di passaggio che sembra non avere mai fine. La crisi della democrazia italiana sembra non risolversi mai. La discussione politica in corso sulle riforme di cui ha bisogno il paese ci riporta indietro di sessant’anni a quando, con ben altro afflato e spessore politico, bisogna ammetterlo, altri uomini discussero delle regole da dare al nostro sistema politico. Rinnovare e adeguare il nostro Paese alle esigenze ed alle sfide della società di oggi non significa perdere quel patrimonio di valori affermati nei principi costituzionali di sessant’anni fa. Anzi, si tratta di consolidarli e realizzare ciò che non è stato realizzato, perché oggi l’area del disagio, dell’intolleranza e della sopraffazione si è allargata. Oggi i diritti di democrazia, solidarietà e rispetto di culture diverse hanno cambiato il colore della pelle, riguardano donne e uomini che giungono da paesi più lontani a cercare una speranza e che sono, per l’Italia, seppur nelle difficoltà che la convivenza con culture diverse crea, una risorsa importante. Oggi, celebrare i valori del 25 aprile significa affermare l’importanza della contaminazione fra culture e popoli diversi in un quadro di regole precise e condivise.
Ed è proprio per recuperare quei valori, attualissimi ancora oggi, che va depurata la data del 25 aprile da quegli elementi di retorica e da quelle visioni puramente celebrative che ogni data simbolo, per sua natura, è costretta a portarsi dietro. E per fare questo dobbiamo trovare nuovi canali di comunicazione per trasmettere questo messaggio alle giovani generazioni, che sempre più faticano a comprendere, e spesso a conoscere, quegli eventi, in modo che non sia interrotta la trasmissione della memoria tra le generazioni.
Io credo che bisogna avere molta fiducia nei giovani. Diverse iniziative compiute nelle scuole, alcuni sondaggi specifici, ci dicono che non è vero che ci sia disinteresse nei confronti della Resistenza. Il problema è che mutano i linguaggi, mutano le forme di rappresentazione e di celebrazione. Dietro alla difficoltà di rapporto con il passato si nasconde un disagio più ampio rispetto alla capacità di progettare il futuro, se non di vera e propria paura del futuro.
La Resistenza ha lasciato alle generazioni successive una testimonianza di concezione attiva della democrazia e di partecipazione. Ebbene, io ritrovo questo insegnamento della Resistenza, ad esempio, nel grande impegno che i giovani mettono nel volontariato sociale, nella disponibilità a mobilitarsi per iniziative di solidarietà ed aiuto.
Ci siamo lasciati alle spalle il ’900, ma non dobbiamo mai dimenticarne la storia. Esso non è stato solo il secolo delle guerre mondiali, dei totalitarismi, dell’olocausto, dell’oppressione dell’uomo sull’uomo, ma è stato anche il secolo del 25 aprile, del riscatto della dignità umana sulla barbarie e sulla violenza, della fine dei colonialismi, delle conquiste dei più deboli, delle lavoratrici e dei lavoratori, delle conquiste delle donne, del progresso scientifico, dell’indimenticabile ’89. Lo dobbiamo raccontare e spiegare ai più giovani affinché essi ne trasmettano la memoria nel corso di questo secolo.
Buon 25 aprile a tutti.
