Congresso Regionale dei Democratici di Sinistra
Bologna, 13 - 14 aprile 2007
Il percorso compiuto dal nostro partito ha consentito alla principale forza della sinistra italiana di diventare forza di governo, ma ha evidenziato le difficoltà oggettive di raccogliere sotto un unico tetto tutte le formazioni socialiste, insufficienti peraltro a unificare tutte le culture riformiste del nostro Paese, come ha dimostrato il passaggio tra Pds e Ds.
In questo cammino abbiamo incontrato altre culture riformiste - quella cattolico-democratica, laico-socialista e ambientalista - capaci di dare corpo ad una forza politica a vocazione maggioritaria, presente in tutti i paesi europei, ma da sempre assente in Italia. Ciò ha costituito un’anomalia che è necessario superare se vogliamo fare acquistare definitivamente al sistema politico italiano una dimensione europea, e ciò vale più di qualsiasi polemica sulla collocazione europea del Partito Democratico. Questione per la quale occorre darsi tempo.
Ormai da quindici anni siamo alleati con le altre forze riformiste italiane e abbiamo governato, e governiamo, la stragrande maggioranza dei comuni, delle province, delle regioni e nuovamente anche il Paese. Lo abbiamo fatto chiedendo agli elettori il voto, presentandoci più volte in liste unitarie insieme ai cattolici democratici italiani e alle altre formazioni laiche e repubblicane, sempre sotto al simbolo dell’Ulivo. E abbiamo riscontrato una grande adesione a questa spinta unitaria (testimoniata dai successi elettorali e dalla partecipazione massiccia alle primarie svolte in ambito locale e nazionale).
È necessario dare una dimensione anche politica a questa alleanza, ormai consolidata, tra i Ds e la Margherita. Ce lo chiedono in primo luogo le generazioni più giovani (che solo un’analisi superficiale può confinare nell’area della sinistra radicale), e lo hanno dimostrato con evidenza anche nel corso dell’ultima tornata elettorale, dove si è registrato uno scarto di quasi 4 punti percentuali e di quasi due milioni e mezzo di voti tra la Camera, dove Margherita e Ds si presentarono insieme sotto il simbolo dell’Ulivo, ed il Senato, dove i principali partiti del centrosinistra si presentavano in due liste separate.
Naturalmente sono cosciente che non sarà un processo privo di ostacoli. Il problema di fondo riguarda la difficile, ma possibile, coesistenza di istanze di tipo etico (spesse volte declinate in senso religioso) e di natura laica e liberalsocialista, nonché alcuni temi spinosi come il riconoscimento di nuovi diritti individuali (convivenze di fatto e coppie omosessuali). Su questa difficoltà si è inserita parte della gerarchia ecclesiastica, più sensibile alle polemiche degli “atei devoti” che alle ragioni dei “cattolici adulti”.
Tuttavia, se ripensiamo al nostro cammino, verifichiamo come l’incontro tra socialismo e liberalismo, che ci aveva orientato dopo la svolta della Bolognina, abbia consentito di ridefinire la nostra idea sul rapporto tra Stato e mercato, mentre la lunga condivisione di governo, a livello locale e nazionale, con le forze cattoliche democratiche, ha permesso di mettere al centro la persona, rivalutando l’apporto delle culture personalistiche e comunitarie di ispirazione religiosa e laica, uscendo da una rigida interpretazione classista che guardava all’individuo solo come lavoratore. Sono aspetti che hanno caratterizzato la nostra azione di Governo e ne troviamo traccia nella centralità attribuita al cittadino consumatore nelle riforme promosse da Pier Luigi Bersani (non a caso un ministro espressione della sinistra emiliana, che nella cinquantennale tradizione di governo si è misurata con l’impossibile accesso al governo nazionale).
Le priorità di Governo oggi riguardano l’apertura dei mercati, lo sfondamento del recinto corporativo che emargina i giovani dal mondo delle professioni, il tema del lavoro in tutte le sue forme (affrontato con una politica di tutele, ma anche presupposto di nuove opportunità), il rilancio del sistema educativo, l’investimento nella ricerca come arma per affrontare le sfide della società della conoscenza.
Per ragioni politiche legate alle mie deleghe, incontro spesso insegnanti e docenti universitari. Un docente universitario che tiene un corso sulla storia del dopoguerra italiano mi ha raccontato dell’enorme fatica che fa con i suoi studenti per raccontare la storia della cosiddetta Prima Repubblica, poiché deve riferirsi a soggetti politici ormai completamente scomparsi e assenti dal panorama politico. Sono partiti che hanno fatto la storia d’Italia, la nostra storia, costruito le basi e difeso la democrazia nel nostro Paese, ma che a giovani che otterranno proprio nel 2007 il diritto di voto, e che sono dunque nati nell’anno del crollo del Muro di Berlino, dicono poco e appaiono a volte soggetti superati dalla storia. Mi raccontava il docente come invece, quando si abbandona il dizionario della politica del 900 (esemplare l’idea di classe che ad un giovane di oggi sfugge completamente), e si passa a discutere di diritti, movimenti collettivi, differenza tra destra e sinistra, così come tra radicalismo e riformismo, allora diventa più semplice il confronto con gli studenti che comprendono categorie, concetti ed identificavano attori sociali e politici.
In un recente sondaggio che abbiamo commissionato alla Doxa come Assessorato regionale, relativo all’idea di parità tra i giovani, è emerso come la percezione sulla parità e sui diritti delle donne, se appare come qualcosa di acquisito nella nostra società tra i più giovani, risulta per i ragazzi che già sono nel mondo del lavoro invece ancora da conquistare.
Se vogliamo parlare a quei giovani, se vogliamo dare una prospettiva alla sinistra italiana, se vogliamo guardare al futuro senza dimenticare il nostro passato, dobbiamo lasciarci alle spalle le divisioni del Novecento. La politica deve unire ciò che la storia e l’ideologia hanno diviso, ricomponendo la storica frattura all’interno del riformismo italiano. Tocca alla nostra generazione saldare il conto con il secolo che si è chiuso!
Qualche riflessione a sostegno di questa affermazione.
C’è stato un processo di “contaminazione” in questi anni tra culture politiche che avevano storie diverse, ma che la politica è stata capace di unire ed arricchire, senza disperderne i valori originari ispirati ad ideali di uguaglianza e solidarietà, anzi rilanciandoli concretamente e sostanziandoli nelle scelte politiche. Il compimento di questo processo non sarà un cammino in discesa, ma credo che ci sia un tempo per ogni cosa, e questo è il tempo per dare concretezza e definizione a una lunga transizione delle forze socialiste e democratiche in questo Paese.
Viviamo tutti sulla nostra pelle la difficoltà di fare politica, sia a livello locale che nazionale. La nostra società è sempre più complessa, divisa, frammentata, spesso attraversata da egoismi e atteggiamenti corporativi. Spesso questo substrato è il fertilizzante di atteggiamenti di antipolitica, è l’humus per le tentazioni populiste, ancora così forte in una parte della destra italiana. Per usare la felice definizione di Zygmunt Bauman, la modernità liquida con la quale la politica si deve misurare, che sprigiona anche grandi opportunità per gli individui, riguarda il lavoro, la comunità, l’individuo, il rapporto tra lo spazio ed il tempo, l’idea di libertà e quella ad essa collegata di emancipazione. Tutti questi concetti sono oggi inafferrabili, parte di un tutto disordinato. Ebbene, quale risposta ha dato la politica italiana a questa progressiva crescita di complessità sociale? Si è ulteriormente frammentata, divisa, spezzettata in mille rivoli, dando vita a diversi soggetti politici, sempre più autoreferenziali e corporativi, ognuno interessato ai propri circoscritti clan elettorali.
È una spirale distruttiva. Dobbiamo chiederci quale futuro abbiamo se non si introduce un mutamento forte, una discontinuità. D’altra parte, ogni velleità riposta nella possibilità che cambiando le leggi elettorali si riformi il sistema politico è opportuno venga al più presto accantonata. Bisogna prenderla per il verso della politica.
Vuol dire misurarsi con le domande della società, affrontare i problemi della gente, discutere di futuro garantendo la più vasta partecipazione politica, risolvere problemi più che esserne parte. Spesso i media dedicano gran parte del proprio tempo a discutere di liti condominiali tra partiti e partitini (e a volte, come vediamo, anche all’interno dei singoli partiti, come accade in casa nostra), mentre in realtà la politica è altra cosa.
Significa occuparsi dei problemi relativi a istruzione, welfare, pubblica amministrazione, famiglia, regolazione del mercato, lavoro, sviluppo, disagio e povertà, integrazione e immigrazione, diritti civili, etica e scienza, legalità, ambiente.
Questioni sulle quali occorre applicare la cifra delle Riforme. Una cifra necessaria al paese. Una cifra necessaria a una sinistra che punti a tenere insieme equità e merito.
Lo status quo garantisce a tutti una microrendita di posizione indiscutibile. Anche la principale forza della sinistra, il nostro partito, potrebbe conformarsi e muoversi in questo recinto protetto. Chi ci costringe ad uscire e tentare un’avventura non facile e dall’esito imprevedibile? Però allora togliamo dal nostro orizzonte politico qualsiasi ambizione di riformare o cambiare il Paese. Perché vedete, non si governa se non c’è una guida forte, da parte di un soggetto politico unitario e coeso che costituisca il perno di qualsivoglia alleanza politica. Così avviene in tutte le democrazie avanzate del mondo che non a caso hanno un sistema politico bipolare ed un partito di orientamento progressista che raccoglie quote significative di consenso elettorale. Così è sempre avvenuto negli enti locali che abbiamo guidato nel lungo dopoguerra. Così avviene nello schieramento avversario.
Non voglio addolcire i sondaggi di questi giorni sul consenso al Partito democratico, ma posto che questo partito non esiste ancora ed è dunque non quantificabile, dobbiamo guardare al consenso potenziale che nessun sondaggio può rilevare.
Qualcuno sostiene che siamo in presenza di una fusione fredda.
Ebbene, allora scaldiamola questa fusione, diamole il maggior respiro possibile, definiamo regole precise e partecipiamo tutti a questo processo e non chiamiamoci fuori, perché l’occasione si presenta oggi per tutti.
Stiamo vivendo una fase di grandi trasformazioni sociali ed economiche, sul piano internazionale come su quello nazionale. La sinistra europea e il riformismo mondiale stanno ripensando le proprie strategie per affrontare questi grandi mutamenti. Così deve fare il centrosinistra italiano.
E proprio l’Emilia-Romagna, da questo punto di vista, può giocare un ruolo straordinario.
In primo luogo perché è stata la culla dell’Ulivo. Nella nostra Regione da oltre un decennio, naturalmente non senza difficoltà, ma con continuità, governano e amministrano giunte di coalizione partiti e soggetti in prima linea nella costruzione del Partito democratico.
In secondo luogo, i Ds dell’Emilia-Romagna sono il tronco più robusto della Quercia nazionale. Aderiamo al percorso di costruzione del Pd da una posizione di forza (organizzativa, politica, sociale) e dunque siamo chiamati a metterci maggiormente in discussione (da questo punto di vista concordo con la proposta di aprire la fase costituente in Emilia-Romagna in autunno). Convinti di fare un partito assolutamente nuovo, siamo altrettanto determinati a salvaguardare quella straordinaria esperienza di partito di massa che è stato il partito emiliano-romagnolo. Non sono opposti irriducibili se la carta identitaria non viene utilizzata come barriera alla relazione con altre culture ed esperienze politiche.
Lungo la via Emilia si sono costituite nell’Ottocento le prime leghe socialiste, in pianura padana nacque il Partito socialista poi costituito a Genova nel 1892, a Bologna alcuni decenni dopo venne fondato il Partito popolare (1919). Io penso che oggi, una delle aree più sviluppate ed avanzate del Paese, e dunque che dovrebbe essere maggiormente sensibile alle nuove istanze della società, debba diventare un laboratorio importante per il nuovo Partito Democratico, che si presenta come il soggetto politico più adatto per affrontare una fase che esige più innovazione.
Penso che oggi ci sia bisogno di politica e di un soggetto politico nuovo, inclusivo rispetto alle altre culture del riformismo, capace di essere il motore del centrosinistra italiano, di superare il pessimismo che attanaglia la nostra società, la sua rassegnazione e diffidenza nei confronti della politica, di far prevalere l’interesse politico generale sui particolarismi, di dare fiducia ai giovani e di vincere la sfida del governo del Paese.
In nove parole, per concludere: penso che oggi ci sia bisogno del Partito democratico.
Dipenderà molto da noi se la risposta sarà all’altezza delle aspettative.
Paola Manzini
