Per vari motivi il permanere degli incidenti sul lavoro su quote elevatissime – l’anno scorso in Emilia-Romagna sono stati 135.549, che si sono lasciate dietro 136 morti e diverse centinaia di persone con invalidità più o meno gravi – è uno scandalo che non ha attenuanti.
È uno scandalo in quanto un incidente è qualcosa che capita al di fuori delle previsioni, ma in Italia si muore anche perché non si rispettano le regole più elementari della sicurezza.
Ed è uno scandalo perché in merito alle cause materiali degli incidenti si sa quasi tutto.
Condivido quanto sostenuto a proposito da Luciano Gallino, in un articolo apparso da qualche mese su La Repubblica, intitolato “Lo scandalo del lavoro che uccide”. Gallino attribuisce le cause sostanzialmente a tre fattori. La “frammentazione dei processi produttivi in imprese e squadre di lavoro sempre più piccole, collegate da lunghe catene di esternalizzazioni a cascata e sub-appalti, disincentiva la formazione alla sicurezza o addirittura la rende inattuabile. Un problema che viene accentuato anche dall’elevato numero di datori di lavoro che reclutano masse di lavoratori in nero, e ancora dal proliferare di contratti di lavoro atipici, specialmente quelli con una durata di pochi mesi, per i quali la maggior parte delle volte non viene prevista un’opportuna informazione e formazione.
La concatenazione di tali fattori ne fa un sistema ed un problema molto complesso.
Nonostante ciò le istituzioni hanno il dovere di affrontarne tutti gli aspetti, a partire dalla pretesa che le norme di sicurezza siano effettivamente rispettate.
A questo proposito due esigenze, si sono fatte improrogabili.
Anzitutto il riordino della legislazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Diventa così fondamentale il disegno di legge recante: “Delega al Governo per l’emanazione di un testo unico per il riassetto normativo e la riforma della salute e sicurezza sul lavoro”, approvato il 13 aprile dal Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, Cesare Damiano, e del Ministro della salute, Livia Turco: la presentazione congiunta rappresenta infatti una novità molto importante del provvedimento ed è testimonianza concreta del lavoro di squadra che caratterizza l’operato di questo Governo.
Nessuna legge, comunque, potrà mai affrontare in modo efficace il problema delle morti bianche finché le normative di sicurezza continueranno a essere largamente disapplicate, come lo sono oggi in Italia.
Occorre dunque aumentare anche i controlli sull’applicazione delle norme di sicurezza nella vasta area dell’economia sommersa e anche in molte imprese che agiscono alla luce del sole, ma in cui c’è un insufficiente radicamento della cultura della sicurezza. E i controlli richiedono una presenza più capillare degli ispettori su tutto il territorio.
Qual è, invece, il ruolo di una Regione?
Né il riordino della legislazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro, né l’aumento dei controlli, possono dirsi sufficienti per affrontare il tema della sicurezza.
In Emilia-Romagna, rispetto ad altre realtà del Paese, la soglia di osservazione e di attenzione nei confronti della sicurezza e della regolarità del lavoro è sicuramente più alta rispetto ad altre.
Anche la nostra l’attività di denuncia nei confronti delle autorità è molto più vasta rispetto ad altre realtà del nostro Paese. Il problema però esiste ed è rilevante anche in una regione come la nostra.
Anche se la Regione Emilia-Romagna non ha competenze dirette in materia di vigilanza e controllo, sa però di avere una responsabilità in materia e vuole assolverla meglio, agendo in diversi modi.
Il primo passo deve essere un forte coordinamento con le politiche nazionali e un coordinamento interistituzionale con tutti i soggetti del territorio. Si tratta di un impegno di grande portata, che coinvolge una pluralità di soggetti e di interessi, ma che va affermato con serietà e rigore da parte di tutti.
L’ufficializzazione dell’adesione dei Comuni della provincia e delle stazioni appaltanti pubbliche al Protocollo d’Intesa per contrastare irregolarità e illegalità nel settore delle costruzioni, siglato il 19 giugno 2006, che impegna i firmatari ad adottare misure efficaci per una maggiore sicurezza, trasparenza e regolarità nel settore, è un esempio di come ci si possa muovere in questo senso.
Anche la formazione ha un ruolo di primo piano e di grande responsabilità se vogliamo superare l’emergenza e pensare ad un futuro del mondo del lavoro diverso da quello attuale.
Occorre formare i lavoratori perché conoscano i comportamenti a rischio, li evitino e siano in grado di proteggersi, oltre a formare le imprese ad una cultura della sicurezza e della regolarità.
Sicurezza e legalità, costituiscono una garanzia per tutti i soggetti: per i lavoratori, che pagano il prezzo diretto e più alto delle irregolarità; per le imprese, danneggiate dalla concorrenza sleale di chi opera irregolarmente; per la società, che paga il prezzo della crescita dell’insicurezza e sconta l’elusione degli obblighi contributivi e degli introiti fiscali.
Quanto alla formazione, in primo luogo voglio ricordare che qualsiasi corso di formazione finanziato dal Fse prevede obbligatoriamente un modulo dedicato ai temi della sicurezza sul lavoro.
Esistono poi alcuni settori, come l’edilizia, ma non solo, in cui l’impatto dell’insicurezza è altissimo. Secondo i dati diffusi dall’Inail lo scorso dicembre, l’attività economica con il maggior numero di infortuni (e in genere più gravi) rimane proprio quella delle costruzioni (13.355 casi denunciati, anche se in calo rispetto al 2004 del 5,1%).
Per contrastare nella maniera più efficace questo problema, la Regione ha provveduto a disciplinare i corsi di formazione per l’attività lavorativa di montaggio, smontaggio e trasformazione di ponteggi, una formazione doverosa e necessaria per tutti quei lavoratori obbligati a lavorare ‘in quota’, che l’Emilia-Romagna per prima in Italia realizza recependo la normativa europea relativa ai requisiti minimi di sicurezza e di salute per l’uso delle attrezzature di lavoro.
Ma non solo. Visto che oramai la gran parte dei lavoratori in edilizia è costituita da cittadini stranieri – perlopiù romeni e polacchi - cerchiamo di agire formandoli fin dal primo reclutamento nei loro paesi d’origine. Non possiamo infatti dimenticare che il 16% dei lavoratori infortunati nella nostra regione è costituito da extracomunitari.I migranti hanno una possibilità di infortunio che è superiore addirittura del 50% rispetto a quella dei lavoratori italiani.
Queste persone non conoscono la lingua: come possono conoscere le norme di sicurezza?
Pertanto fondamentale è la capacità del nostro sistema di progettare percorsi formativi adeguati capaci di interpretare – con l’obiettivo della sicurezza – tutte le esigenze dei lavoratori.
Un’altra priorità è la promozione della qualità del lavoro.
La concatenazione di molti fattori fanno del tema sicurezza un problema molto complesso. Si è parlato di frammentazione pianificata dei processi produttivi, di lavoro nero e di lavoro atipico, come di condizioni in cui i rischi sul lavoro diventano quotidiani. Per questo motivo occorre perseguire la qualità del lavoro.
Per qualità del lavoro, in tutte le sue tipologie - subordinato, parasubordinato, autonomo, professionale e imprenditoriale – in una realtà come l’Emilia-Romagna, intediamo un lavoro qualificato, stabile, che permetta di sviluppare percorsi di crescita professionale, che valorizzi la formazione lungo tutto l’arco della vita quale leva per l’adattabilità dei lavoratori e la permanenza attiva nelle organizzazioni, che consenta la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, che nell’accezione di diritto di tutti i cittadini rappresenti un vero strumento di inclusione sociale.
Si tratta quindi di puntare ad un sistema integrato di sicurezza del lavoro e di miglioramento della qualità della vita lavorativa attraverso interventi che accompagnino i dispositivi di incentivazione con misure di politiche attive che rafforzino le competenze e le opportunità dei lavoratori.
L’intervento pubblico nel mercato del lavoro è finalizzato a contrastare i rischi connessi all’instabilità dell'occupazione, con le inevitabili ricadute sul mantenimento della coesione sociale del nostro territorio, nonché a promuoverne la trasparenza.
Sul tema della qualità del lavoro, intesa come regolarità delle condizioni lavorative, la Regione insieme alle Province e in stretta collaborazione con le istituzioni competenti in materia di vigilanza, promuove diversi interventi, dalle azioni per l’emersione, con particolare attenzione a segmenti a rischio del mercato del lavoro, ai patti territoriali diretti a qualificare le misure per la prevenzione dei rischi e la diffusione della cultura della sicurezza e agli accordi che favoriscano la regolarità e la sicurezza del lavoro negli appalti pubblici.
Diffondere la cultura della salute, della sicurezza e della regolarità del lavoro è condizione indispensabile per la costruzione di un’organizzazione del lavoro che sostenga uno sviluppo sostenibile e coeso del sistema economico e sociale regionale.
L’ultimo punto, altrettanto fondamentale, riguarda gli interventi preventivi e di informazione.
Sempre più la formazione, le politiche attive e le azioni di contrasto devono essere accompagnate da interventi di prevenzione da attuarsi con progetti educativi rivolti ai giovani.
Il I maggio è appena trascorso e la sicurezza è stata al centro delle riflessioni di tutti noi. Questo perché il tema della sicurezza è un’emergenza e in quanto tale va affrontata approntando misure straordinarie e accelerando progetti in corso.
Ma il tema della sicurezza va affrontato anche con lungimiranza.
Per ridurre i tempi e i costi (individuali e collettivi) della transizione e della precarietà in ingresso nel mondo del lavoro e ridurre i rischi di insicurezza sul lavoro, il sistema di istruzione e formazione deve puntare all’innalzamento del livello delle conoscenze di tutti, ma deve anche trasmettere competenze, strumenti adeguati per affrontare l’ingresso nel mondo del lavoro con una nuova cultura del lavoro stesso.
Occorrono poi campagne informative e di sensibilizzazione anche con riferimento ai temi della responsabilità sociale delle imprese.
Più in generale, infine, bisogna promuovere attività di informazione capaci di raggiungere anche i lavoratori con cui è più difficili “comunicare”: gli atipici, ad esempio.
A lungo si è dibattuto in questi anni del tema della rappresentanza di questi lavoratori e della difficoltà di attivare processi di costruzione di identità, che permettano a questi lavoratori e a queste lavoratrici di riconoscersi in un gruppo sociale con bisogni e problemi tutto sommato simili.
Anche se negli ultimi anni, l’attenzione al tema del lavoro atipico sembra essersi alzata (testimoniata dalla produzione accademica, ma anche da quella culturale: si pensi, per esempio ai libri di Andrea Bajani, Aldo Nove, alle sempre più frequenti inchieste giornalistiche, alle manifestazioni organizzate intorno alla figura di San Precario, protettore dei lavoratori e delle lavoratrici precarie), tuttavia tendono a identificarsi come atipici soprattutto i più istruiti, coloro che sono più insoddisfatti della loro condizione professionale e coloro che svolgono professioni di tipo intellettuale.
Per i restanti la difficoltà a riconoscere la propria identità e la propria posizione nel mondo del lavoro, è spesso sinonimo di disinformazione: “La flessibilità e la precarietà di un numero crescente di salariati rende difficile ogni azione umanitaria e perfino l’attività di informazione” ha scritto nel 2001 Pierre Bourdeu.
È sinonimo di scarsa conoscenza anche dei propri diritti. E, in tema di sicurezza, credo che ciò abbia conseguenze molto gravi.
Messi in luce tali elementi, vorrei sottolineare che il nostro compito e il nostro impegno, per affrontare la complessità di questo scenario, si può riassumere con un solo concetto e un unico obiettivo: diffondere e formare i giovani, i lavoratori e le imprese ad una nuova cultura del lavoro.
L’intervento legislativo, l’aumento dei controlli, la formazione, la qualità del lavoro, gli interventi preventivi fra i giovani e le campagne informative, sono tutti riconducibili ad uno stesso tema e ad un medesimo obiettivo, quello di creare e diffondere una nuova cultura del lavoro.
Cultura del lavoro come sicurezza, regolarità, qualità e investimento sulle competenze.
Dove si è persa o si è indebolita la cultura del lavoro, infatti, emergono criticità molto gravi, intollerabili per un paese ed una regione come la nostra.
