Per prima cosa desidero ringraziare la CNA provinciale e regionale per l’invito, ma soprattutto per aver organizzato questo convegno e aver sollecitato così un confronto con le istituzioni su un settore importante per il nostro paese e per la nostra regione.
E li ringrazio soprattutto per averlo fatto in un momento in cui, dopo anni in cui la figura del restauratore di beni culturali è stato oggetto di “vivacità normativa”, con l’approvazione a luglio scorso del testo di regolamento per la qualificazione dei restauratori, credo che si possa intravedere una via di uscita ad una situazione e ad un contesto che per la complessità e il numero di variabili che caratterizzano la professionalità del restauratore è stata, come sapete, ben descritta con la metafora del labirinto.
Le variabili sono numerose. Mi riferisco alle variabili normative; a quelle professionali, relative all’esercizio legittimo e alla qualità della professione e ai diversi profili di competenza, ovvero ai comparti di classificazione del settore (restauro dei metalli, del legno, del vetro, dei dipinti…); mi riferisco alle variabili formative, ovvero alla ricerca di idonei canali di accesso alla professione e altrettanto idonei percorsi di qualificazione; alle variabili occupazionali, ossia l’incrocio-domanda e offerta; alle variabili scientifiche e culturali - e il dibattito che in questi anni si è aperto intorno a questi temi ne è un esempio – e, infine, alla variabili politico-istituzionali.
Il settore del restauro è però troppo importante perché non si riesca a trovare la via d’uscita a questo labirinto. Lo è per diversi motivi:
1) per il tema della conservazione e della tutela del nostro immenso patrimonio artistico culturale;
2) perché all’interno di questo settore sono nate e cresciute professionalità straordinarie, grazie alle quali si sono trasmesse competenze e saperi che oggi rischiamo di perdere. Anche questi saperi vanno tutelati;
3) perché occorre guardare alle microimprese, ai liberi professionisti e alle aziende familiari che operano nel campo del restauro come ad una risorsa importante del nostro tessuto economico-produttivo, un tessuto che dobbiamo sostenere a livello regionale, a livello nazionale e non solo.
Nella nostra regione, ad esempio, non sono presenti Alte Scuole Ministeriali per il restauro, ma vantiamo alcuni settori ed esperienze formative di nicchia dalle professionalità rarissime ed altamente qualificate.
Vorrei ricordare, a questo proposito, la Scuola per il restauro del Mosaico di Ravenna, alcune esperienze nell’ambito dell’istruzione scolastica successive al conseguimento del diploma superiore (il corso di perfezionamento biennale post-diploma dell’istituto statale d’arte per la ceramica di Faenza) e anche alcune esperienze realizzate in passato nell’ambito del sistema regionale della formazione professionale.
Così come, per quanto riguarda l’offerta universitaria, i nostri quattro atenei hanno recentemente attivato importanti esperienze in questo settore.
Preso atto, inoltre, che nella nostra regione, la domanda di formazione nel settore del restauro è alta, soprattutto da parte di chi intende accedere alla professione, la volontà è certamente orientata a superare prima possibile questa impasse sulla formazione in materia di restauro dei beni culturali, sicuramente per quanto attiene “la formazione delle figure professionali che svolgono attività complementari al restauro o altre attività di conservazione” che – come definisce l’art 29 del Codice dei beni culturali e del paesaggio – “deve essere assicurata da soggetti pubblici e privati ai sensi della normativa regionale”.
Alla domanda posta sulla possibilità di veder percorsi formativi regionali e provinciali per i mestieri della tradizione e per i collaboratori dei restauratori, dico di sì.
Ma i relativi corsi – cito ancora l’art.29 – si devono adeguare a criteri e livelli di qualità definiti con accordo in sede di Conferenza Stato-regioni, (ai sensi dell'articolo 4 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281)
Il testo di regolamento per la qualificazione dei restauratori, (ai sensi dell’art. 29, comma 7, del Codice, elaborato dal gruppo di studio – Commissione Ungari – presso il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e sottoscritto dai Ministri MIBAC e MIUR) è stato approvato con una serie di modifiche apportate dalle Regioni - sia Coordinamento Tecnico, sia dei Beni Culturali (12 luglio 2006) che della Formazione Professionale (26 luglio 2006) - ed è in attesa dei successivi passaggi istituzionali che mi auguro possano essere rapidi.
Il regolamento nella sua ultima versione approvata definisce la figura del Restauratore, le attività caratterizzanti il profilo di competenza del Restauratore, nonché i principali ambiti di applicazione.
Come sappiamo il regolamento rimanda per i profili di competenza delle figure professionali che svolgono attività complementari al restauro, ed oggetto della disciplina regionale, ai risultati attesi sia dal Progetto Interregionale “Descrizione e certificazione delle competenze e famiglie professionali” (Coordinamento della Regione Lombardia), che dai diversi Tavoli Tecnici nazionali specificamente attivati ai sensi dei D. Lgs. n. 276/03 e n. 226/05 in materia di figure e standard professionali.
La nostra regione ha partecipato al Progetto interregionale con una contributo importante e ancora oggi particolarmente attuale, nelle proposte formative, nelle riflessioni scientifiche e culturali sul tema. Si tratta del rapporto di ricerca del progetto “Restauratore dei beni culturali ed Operatore qualificato dei beni culturali: nuove competenze e fabbisogni per il settore del restauro regionale” elaborato da IAL area di Modena e Reggio Emilia ed approvato nell’ambito dell’Asse C, Misura C1, dell’Ob. 3 F.S.E. – Delibera di GR n. 1734/01 che ha affrontato con rigore metodologico i molteplici aspetti legati al problema. Ancora oggi credo che si possa guardare a questo lavoro come ad un indagine importante per la futura progettazione formativa nel settore.
Dall’emanazione del D.M. 420/01 la nostra Regione ha bloccato le attività formative inerenti il recupero/restauro riferito a beni rientranti nelle categorie previste dal D. Lgs 490/00 – edilizia storica, cantieri di restauro, beni culturali e/o archeologici, beni artistici mobili
Lo scopo è stato quello di non contravvenire a precisi vincoli normativi, evitare il rischio di attivare percorsi formativi non qualificati (che si sono visti proliferare invece in altre regioni) e non alimentare attese vane nei partecipanti ai corsi di formazione professionale. Io credo che sia stata una scelta responsabile.
La recente approvazione del testo di regolamento per la qualificazione dei restauratori spero e, per quanto mi riguarda farò in modo, che proceda velocemente verso i successivi passaggi istituzionali e porti finalmente ad una disciplina certa ed univoca sugli iter di qualifica e mi auguro che possa aprire la strada della progettazione formativa anche regionale in questo settore.
In attesa di aver un quadro normativo chiaro e definitivo, per chiudere, vorrei solo ricordare che la nostra regione ha mostrato comunque attenzione e sensibilità verso nei confronti dei mestieri della tradizione.
Per citare qualche esempio all’interno del Sistema Regionale delle Qualifiche, nell’ambito dell’Area professionale ‘Produzione e manutenzione prodotti e beni artistici’, è prevista, al momento, la qualifica di ‘Mosaicista’, figura molto significativa per il settore dell’artigianato artistico.
