Programma

Discriminazione e violazione dei diritti delle donne nel mondo: una riflessione su questo tema non può che partire dalla considerazione di qualche dato.
130 milioni di donne vivono oggi nel mondo avendo subito la mutilazione genitale; una pratica barbara che viene ancora ogni anno effettuata su 2-3 milioni di bambine: più o meno una ogni 4 minuti. Le Mutilazioni Genitali Femminili sono diffuse in 28 paesi dell’Africa e del Medio Oriente ma l'emigrazione verso i Paesi industrializzati fa sì che il fenomeno oggi interessi anche altri continenti: Europa, America settentrionale, Australia.
Le Mutilazioni Genitali Femminili esprimono e concorrono a mantenere una disparità tra i sessi radicata nelle strutture sociali economiche e politiche. Sono investite di valori identitari ma in realtà non fanno che perpetuare una identità femminile subalterna e inferiore a quella maschile.
Tutto ciò avviene nonostante la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e la Carta delle Nazioni Unite sanzionano i comportamenti che limitano le libertà delle donne e mettono in pericolo la loro vita e la loro integrità fisica. In questo senso le MGF sono pratiche che violano i diritti umani garantiti nelle costituzioni occidentali e nelle leggi da decenni, tanto da essere ormai - e troppo spesso - date per acquisite, come se le conquiste civili avessero, di per sé stesse, la capacità di resistere alle spinte involutive che pure in un regime democratico possono verificarsi.
Sul piano nazionale, la discussione del testo di legge sulle Mutilazioni Genitali Femminili “Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile” (Legge 9 gennaio 2006, n. 7) e il dibattito che ne è seguito hanno manifestato una diffusa ignoranza su che cosa sono le MGF, mista a forti pregiudizi, evidenziando l'urgenza di interventi formativi mirati, capaci di inquadrare questo fenomeno nell’ambito della riflessione sul confronto interculturale.
Più in generale si riscontra una scarsa considerazione per la condizione degli stranieri e delle straniere nel nostro Paese e una scarsa valutazione delle dinamiche e dei processi di cambiamento sociale, identitario e transgenerazionale, in atto nelle persone e nelle popolazioni migranti.
Molto spesso la discussione si sviluppa intorno a questioni di principio, rischiando così il perpetuarsi di una visione stereotipata degli immigrati, quasi fossero uniformemente connotati dall'adesione a culture, tradizioni o pratiche ‘primitive’, comunque a noi profondamente estranee. Questo avviene soprattutto per le donne immigrate che restano congelate nello stereotipo di “vittime archetipiche”, mentre si nega o si disconosce il lavoro che le organizzazioni delle donne straniere presenti sul nostro territorio hanno prodotto negli anni per elaborare adeguate strategie di contrasto e per monitorare i risultati raggiunti.
Le donne africane dall'Egitto al Sud Africa dispongono oggi una grande opportunità, data dal Protocollo di Maputo: la possibilità di divenire finalmente cittadine a tutti gli effetti e di non essere più considerate "beni mobili" soggetti alla potestà del padre, del marito o del fratello. Un obiettivo difficile, per le forti resistenze che incontrano molti dei principi che vi sono enunciati e che proprio per questo necessitano di ogni aiuto possibile per tutti coloro, specie le donne, che in Africa si battono per ottenerlo.
Il Protocollo è stato adottato da 53 paesi dell’Unione Africana, è entrato in vigore nel novembre 2005 grazie al raggiungimento delle 15 ratifiche necessarie. Esso si configura come la prima vera e propria “Carta dei diritti” delle donne africane.
Scopo del Protocollo è fare piazza pulita di tutte quelle restrizioni tipiche delle società patriarcali, in cui la donna ha, in tutto e per tutto, un ruolo strettamente subordinato a quello dell'uomo. La forza riformatrice è insita nelle materie toccate dallo stesso Protocollo: dal riconoscimento e la salvaguardia della dignità umana, della vita, dell'integrità e della sicurezza della donna, al divorzio, l'uguaglianza dinanzi alla legge, la partecipazione politica, la disciplina dell'eredità, i diritti economici e sociali.
Si tratta di un documento molto progressista e tra le altre cose all'Art. 5 esso condanna, come violazione dei diritti umani, tutte quelle pratiche lesive della salute fisica e psichica della donna; in particolare, fa esplicito riferimento alle mutilazioni genitali femminili (Mgf), impegnando gli Stati parte ad adottare le misure di legge necessarie ad impedire il protrarsi di tali pratiche e ad informare e sensibilizzare tutti i settori della società rispetto alle Mgf e alle loro conseguenze.
Ritengo che il problema delle MGF debba essere affrontato nell’ambito della riflessione sul delicato rapporto tra “rispetto delle differenze culturali” e difesa dei diritti umani e dei diritti delle donne in particolare. L’approccio di genere e le tematiche riguardanti l’immigrazione, in relazione alla società di accoglienza, devono rappresentare la griglia di fondo a cui ogni intervento ha fatto riferimento. Così sta operando del resto anche la Regione Emilia Romagna che da sempre pone attenzione all’attività dei formazione, per educatori, insegnanti e operatori dei servizi sociali e sanitari per promuovere momenti di sensibilizzazione su temi che riguardano i diritti, le culture e il rispetto del corpo delle donne.
E' importante evidenziare questa iniziativa, perché fino ad oggi il silenzio e l'invisibilità del problema non ha dato l'opportunità di intervenire e conoscere a fondo il fenomeno. Il nostro obiettivo quello di aumentare la sensibilità e la capacità di leggere con occhi diversi la problematica di tante bambine e donne che oggi vivono anche in Italia, aumentare la sensibilità e le conoscenze verso i problemi legati alle mutilazioni genitali femminili.
Di qui l'importanza di affrontare il problema con operatori che lavorano nella scuola, con gli operatori sociali e con gli operatori sanitari che lavorano sul territorio, per aiutarli ad acquisire strumenti conoscitivi e interpretativi utili per favorire il dialogo con le persone interessate dal fenomeno, e per elaborare azioni di tutela, di prevenzione e di sensibilizzazione.
L’obiettivo generale è quello di aumentare la sensibilità e l’attenzione ai problemi legati alle MGF e la capacità di lettura di una società multiculturale attenta alla prospettiva di genere.
Molto si discute in questi tempi bui del dialogo fra Occidente e mondo islamico. Ebbene nel dibattito sul sostenere e promuovere la democrazia, nel mondo arabo come in quello africano, il rispetto dei diritti umani e in essi di quelli legati alla condizione femminile deve entrare a pieno titolo come uno degli standard fondamentali su cui parametrare sostegni economici e politici.
A quelli che vogliono ancora attribuire le MGF ad un fattore religioso, rispondiamo che c’è un consenso negli ambienti religiosi che respinge queste pratiche che rimontano alla notte dei tempi, precedendo il Cristianesimo e l’Islam; a quelli che ci parlano di tradizioni, rispondiamo che, grazie al Protocollo di Maputo, le MGF sono oramai considerate una violazione dei più elementari diritti della persona, come quella dell’integrità fisica.
Basterebbe che senza arroganza ma con un certo rigore, si facessero funzionare a pieno regime queste clausole che esistono nei trattati e negli accordi che da anni abbiamo con questi Paesi e di cui noi stessi europei fino a poco tempo fa o anche adesso facciamo finta che non esistano.
Oggi possiamo affermare che le cose stanno evolvendo rapidamente. Ma il fatto di aver percorso tanta strada, in così poco tempo, non deve farci smarrire la destinazione finale. Sarebbe un errore pensare che la partita sia vinta. Gli studi più recenti sono sufficienti per misurare l’immensa distanza ancora da percorrere. Solo nel Mali, e nonostante una lotta avviata da molto tempo, le mutilazioni riguardano ancora più di 90% delle donne.
Mi auguro che, in futuro, anche grazie all’adozione del Protocollo di Maputo, le mutilazioni genitali si coniugheranno esclusivamente al passato.