La Memoria del Bene
Bologna, 19 aprile 2007

Programma

Carissimi,
nel ringraziarvi per l’invito che mi avete rivolto a partecipare a questa bella iniziativa che si inserisce in un meritorio percorso formativo, in questo breve saluto, vorrei citare un’esperienza personale che mi ha colpita profondamente.
Visitando il Museo Monumento del Deportato politico e razziale di Carpi, un vero e proprio memoriale che scuote le coscienze con la sua sobria evocazione della tragedia della deportazione e della Shoah, mi sono soffermata su uno dei graffiti del Museo che cita le parole di uno dei circa 400 Giusti italiani (ricordato anche nei vostri lavori): il carpigiano Odoardo Focherini, alla cui memoria è stata conferita in questi giorni la Medaglia d’Oro al valor civile. Al cognato che gli chiedeva se si fosse pentito dell’opera svolta, Focherini rispondeva: “Se tu avessi visto, come ho visto io in questo carcere, cosa fanno patire agli ebrei, non  rimpiangeresti se non di non averne salvati in numero maggiore”.

Focherini, insieme ad un altro giusto modenese, don Dante Sala, contribuì al salvataggio di oltre 100 ebrei e pagò con la vita la sua scelta. Venne arrestato l’11 marzo del 1944 e portato al carcere di San Giovanni in Monte qui a Bologna, poi trasferito al campo di transito di Fossoli, inviato a Bolzano e poi deportato al campo di concentramento di Flossenburg e quindi nel sottocampo di Hersbruck, dove morì il 27 dicembre 1944. Le lettere di Focherini da questi luoghi testimoniano ancora oggi la sua straordinaria umanità, il suo amore per la moglie e i 7 figli. Non esitò però a rischiare tutto per salvare e aiutare i bisognosi.

La decisione di mettere a repentaglio la propria vita e di sacrificarsi per gli altri è il frutto di una scelta che interroga le coscienze di ognuno. Molti tra i Giusti, prima di fare questa scelta, conducevano vite normali, donne e uomini non ebrei non impegnati politicamente o ignari di ciò che stava accadendo intorno a loro, gente comune che viveva nell’ombra.

Poi la storia li ha chiamati a svolgere una funzione e loro non si sono voltati dall’altra parte. Si sono messi in gioco, consapevoli di rischiare tutto (libertà, posizione sociale, lavoro, affetti, persino la loro vita e quella dei loro cari) e hanno salvato bambini, donne, uomini, anziani, trovando loro rifugio in monasteri, conventi, orfanotrofi, ricoveri, case private, o facendoli scappare in Svizzera tra mille peripezie (ricordo la straordinaria vicenda di Villa Emma, oggetto di un altro vostro laboratorio).

Vorrei citare un brano suggestivo a questo proposito tratto da   “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino:
“… basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova dall’altra parte, come Pelle dalla brigata nera, a sparare con lo stesso furore, con lo stesso odio, contro gli uni o contro gli altri, fa lo stesso […] la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là si ribadisce la catena”, una catena di violenze e sopraffazioni e conclude “noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente viene perduto, nessun gesto, nessuno sparo […] servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena […] Questo è il significato della lotta”.

Ecco chi sono i Giusti, sono coloro che, davanti a questo impennamento dell’animo non hanno esitato e hanno salvato, a volte anche con piccole azioni che comportavano però grandi rischi, decine, centinaia, migliaia di ebrei. E così facendo, salvando una vita hanno salvato “il mondo intero”, come recita il Talmud, e hanno salvato l’uomo in quanto tale davanti alla storia, lo hanno redento dalla vergogna dell’orrore antisemita e della Shoah.
Molti giusti, interrogati sulla loro azione, hanno risposto come Focherini: “E tu cosa avresti fatto al mio posto?”. Eppure sappiamo che fu un atto di grande coraggio e generosità abbandonarsi a quella che per molti Giusti appariva come, parafrasando, la “banalità del bene”. Su oltre 33.000 ebrei italiani e quasi 2000 del Dodecaneso, durante l’occupazione tedesca e la Repubblica Sociale, quasi 9000 furono deportati nei campi di sterminio e 8000 non tornarono. La percentuale dei sopravvissuti in Italia all’immane tragedia della Shoah fu alta proprio grazie alla rete di solidarietà e di soccorso prestato dalla popolazione italiana e in cui si prodigarono i Giusti italiani. Anche il numero di Giusti in progressiva crescita testimonia una riscoperta di questa memoria del bene (mentre il bel libro di Gabriele Nissim sulla storia dell’ideatore del Giardino dei Giusti nel 2003 ne segnalava circa 300*, alla fine del 2005 i Giusti italiani erano saliti a 400 ed alcuni dossier sono ancora in fase di verifica).

La memoria dei Giusti, come ricordato nel titolo di una relazione, è affidata alla scuola e a noi. È un tesoro di cui dobbiamo essere grati e che dobbiamo conservare e trasmettere alle generazioni future. Negli anni bui del fascismo e del nazismo i Giusti accesero una luce che iniziative come queste contribuiscono a rendere eterna.
Paola Manzini
Assessore Regione Emilia-Romagna

 


*Gabriele Nissim, Il tribunale del bene. La storia di Moshe Bejski, l'uomo che creò il giardino dei Giusti, Mondatori 2004