Una nuova stagione per la scuola italiana
Il laboratorio Emilia-Romagna
Bologna, 14 settembre 2006

Programma

Ospiti del Sindaco Cofferati e insieme all'Onorevole Fioroni, responsabile di un ministero che è tornato a chiamarsi "della Pubblica Istruzione", apriamo ufficialmente il nuovo anno scolastico, ponendo al centro dell'attenzione i protagonisti della scuola e le loro esperienze.
Considero la presenza del Ministro Fioroni - che ringrazio - come un atto politico importante, di riconoscimento e di attenzione verso la scuola dell'Emilia-Romagna.
Riconoscimento, io credo, anzitutto per la solida tradizione e per la qualità del nostro sistema educativo, ma anche per la coerenza e la convinzione con cui nella passata legislatura lo abbiamo difeso dai provvedimenti del governo di centrodestra.

Al riguardo, credo tuttavia sia giusto dire che questo riconoscimento, prima che alla politica, spetta agli insegnanti e ai cittadini della nostra regione.
Negli anni scorsi, infatti, facendosi carico delle loro istanze, la politica ha assolto un suo preciso dovere. Il vero riconoscimento va alla passione e alla determinazione con cui i genitori e gli studenti, i docenti ed i dirigenti scolastici, le associazioni e le organizzazioni sindacali del mondo della scuola, hanno difeso gli obiettivi di una scuola pubblica di qualità, riaffermando il valore del diritto costituzionale all'istruzione, ossia l'idea della scuola quale primo luogo di formazione e crescita, un luogo saldamente costruito sui principi di equità sociale.
Dopo anni di liberismo all'insegna del "meno Stato più mercato", nella primavera del 2003 molti rimasero spiazzati e quasi contrariati dai risultati dell'annuale sondaggio reso noto alla presentazione del Forum della P.A.: con il titolo "Gli italiani hanno riscoperto il servizio pubblico", l'IPSOS annunciava infatti che "per i cittadini, la scuola è il primo tra i servizi che devono essere di natura pubblica" e che "con il 79% di consensi la scuola pubblica batte persino la previdenza (75%) e la sanità (71%)".
A me, al contrario, quel dato parve nettamente positivo, anche per le iniziative fatte su sollecitazione del Coordinamento modenese per la difesa del tempo pieno: si trattava dell'espressione di una moderna pratica della cittadinanza, di uno dei momenti nei quali sono stati riproposti nel nostro Paese i valori fondamentali della cosa pubblica, della giustizia sociale, della coesione civile.

Ho detto poc'anzi che interpreto la presenza del Ministro Fioroni anche come segno di attenzione verso i bisogni e le prospettive di crescita di un sistema educativo, quello emiliano-romagnolo, che coinvolge oltre mezzo milione di ragazze e di ragazzi ed oltre 70 mila operatori scolastici.
Non mancheranno, da parte mia e da parte dei rappresentanti del mondo della scuola della nostra regione, proposte e richieste concrete per il Ministro. Siamo tutti convinti che la civiltà di un paese non possa che misurarsi sul livello di cultura e di sapere dei cittadini che lo abitano, delle nuove generazioni in particolar modo. Così come siamo ben consapevoli che a tale impegno siamo chiamati tutti noi, seppur con ruoli diversi.

Affronterò allora certamente alcuni temi specifici della nostra scuola, quella regionale, ma prima ci tengo a sottoporre al ministro Fioroni alcuni punti politici, tre, che a me paiono determinanti. Ognuno di questi mette la scuola è al centro.

La scuola al centro: il compito delle forze politiche.
Una nuova stagione per la scuola italiana (questo è il titolo che abbiamo voluto dare al nostro incontro, poiché questo è lo scenario che ci si prospetta) esige, a mio avviso, uno sforzo di cooperazione enorme, tutto rivolto a dare risposte concrete ai problemi (che sono tanti) e mettere a frutto le energie e le qualità (che sono molto, molto più numerose dei problemi).
Certamente l'impiego di risorse aggiuntive - a partire da un aumento significativo delle retribuzioni di quanti operano nelle istituzioni scolastiche - rappresenterebbe una spinta notevole per il miglioramento della situazione.
Ma sarebbe illusorio far finta di non vedere fino in fondo quale triste eredità finanziaria è stata lasciata all'attuale governo di centrosinistra.

La scuola, tuttavia, è, io credo, l'ultimo dei luoghi dove cercare risorse per il pur doveroso risanamento dei conti pubblici. Il personale scolastico, in primo luogo gli insegnati, ha diritto di vedere riconosciuto e valorizzato il ruolo sociale che svolge.
Permettetemi di fermarmi un momento su questo aspetto. Chi insegna - per la fatica che costa ogni giorno svolgere un lavoro di grandissima responsabilità - ha diritto al rispetto, alla considerazione da parte della società tutta. Ma rispetto e considerazione significano anche un'attenzione totale alla formazione degli insegnanti - oggi non sono solo i saperi a mutare così velocemente come da tanto tempo si dice, ma sono anche i contesti (penso alle classi che in pochi anni si sono riempite di bambini e bambine, ragazzi e ragazze immigrati). Rispetto e considerazione significano più certezze per il futuro, meno precariato e, senz'altro, un'adeguata retribuzione.
È mia intenzione operare, nell'ambito delle mie competenze ed in piena collaborazione con gli enti locali e con le organizzazioni sindacali che nella nostra regione rappresentano gli insegnanti, affinché il ruolo ed il prestigio sociale dei docenti sia reso sempre più e sempre meglio evidente agli occhi dei cittadini.

Detto questo, ritengo che il tema risorse non esaurisca ogni questione.
I problemi del nostro sistema scolastico nazionale dipendono, o meglio sono dipesi, dalla miopia con cui si è guardato al valore che ha l'istruzione e anche da problemi di bilancio.
Se questo è vero, ho fiducia che possiamo lavorare e che possiamo fare passi importanti verso una scuola pubblica di qualità anche con le risorse attuali.
Ma ad una condizione precisa: dobbiamo riconoscere, come Paese, che la scuola è la prima delle priorità, e dobbiamo, come Paese, decidere che per la scuola siamo disposti a lavorare, con la stessa energia e gli stessi investimenti con cui - è solo un esempio- abbiamo lavorato per fare del Made in Italy il simbolo nel mondo del nostro saper essere e del nostro saper fare; con la stessa preoccupazione e senso di responsabilità con cui stiamo lavorando per riportare l'Italia al centro dell'Europa e dell'azione della comunità internazionale per la pace ed il dialogo fra i popoli e le civiltà; con la stessa determinatezza con cui siamo disposti a difendere il principio di libertà, perché, non dimentichiamolo, il sapere e la cultura sono il presupposto per ogni cittadino di essere un cittadino libero.
È come vincere un nuovo campionato mondiale!
Perché la politica sia all'altezza di questo compito, serve, prima di ogni altra cosa, un doppio impegno che mi permetto di sottoporre al Ministro Fioroni: assumere fino in fondo la consapevolezza che l'impegno per il rafforzamento del servizio scolastico debba essere svincolato da qualsiasi appetito elettoralistico (per essere espliciti, esso non si esaurisce, non può esaurirsi, nel periodo tra un'elezione e l'altra), e rimettere la scuola al centro, farne (a partire dalla prossima finanziaria) il primo pensiero delle forze politiche.
Facciamo, tutti insieme, che questo Governo sia apprezzato non solo per avere concepito ma, soprattutto, per avere attuato una politica scolastica al servizio del futuro del Paese.

La scuola al centro: il rafforzamento della scuola tecnica e professionale
Il secondo punto politico generale che poniamo all'attenzione del Ministro Fioroni parte da una considerazione ormai largamente condivisa: la qualità delle risorse umane è al centro di ogni processo, anche economico e produttivo. Soprattutto nei sistemi che come il nostro, fondati sulle piccole e medie imprese, è sul capitale umano che un'impresa può costruire la sua competitività.
La società richiede sempre più cittadini e lavoratori che a partire da una solida cultura di base - la sola in grado di consentire un adeguamento critico e consapevole del proprio impegno ad una realtà mutevole - siano capaci di confrontarsi lungo tutto l'arco della vita con conoscenze nuove e specialistiche.
Un sistema educativo capace di innalzare il patrimonio delle conoscenze di base dei nostri ragazzi e di valorizzare, anche nell'ambito dell'istruzione scolastica, la cultura tecnica che è l'essenza dei nostri distretti industriali e bagaglio spesso determinante per i ragazzi e le ragazze in ingresso mondo del lavoro. Di questo abbiamo bisogno.

Bene ha fatto il Ministro Fioroni a sospendere l'entrata in vigore della c.d. riforma del secondo ciclo dell'istruzione varata dal governo di centrodestra.
Con la divaricazione secca dei percorsi scolastici fra licei e scuole tecniche e la conseguente polarizzazione del sistema, essa rischiava di portare ulteriore incertezza e confusione nelle scelte del futuro dei giovani; ulteriore dequalificazione dell'offerta scolastica tecnica e quella della formazione professionale; e soprattutto negare l'unico principio che nella scuola deve stare sempre al primo posto: pari opportunità, nessuno escluso.
Ora, dobbiamo dimostrare di avere e di saper realizzare un'idea di scuola diversa e migliore.
Innalzamento dell'obbligo scolastico ma anche rafforzamento degli istituti tecnici e di quelli professionali territoriali: sono i primi ed irrinunciabili obiettivi di una politica scolastica.
Su questo terreno, quello della valorizzazione della cultura tecnica, un terreno che non può che essere fondato sulla cooperazione interistituzionale tra i diversi livelli di governo e sul decentramento, il Ministro Fioroni troverà la più ampia e fattiva collaborazione dell'istituzione regionale che rappresento e, ne sono certa, di tutte le istituzioni locali dell'Emilia-Romagna.

La scuola al centro: la responsabilità sociale delle imprese ed il ruolo del mondo produttivo.
Infine, il terzo punto politico riguarda, a mio avviso, il mondo dell'economia, la quale può e deve fare la sua parte per il rafforzamento del sistema educativo.
Le imprese non possono costruire le proprie strategie sui costi di produzione e sul costo del lavoro in modo particolare, gli imprenditori devono saper guardare all'istruzione come ad un bene.
Ad una scuola che, senza dimenticare la sua funzione essenziale di formazione della persona, si apre alle esigenze del mondo del lavoro, deve corrispondere un'economia attenta alle esigenze del mondo della scuola, alle aspettative dei giovani, che agevoli l'accesso degli studenti alle realtà produttive.
Entrambi gli interlocutori, la scuola e le imprese, devono saper conoscersi meglio, relazionarsi, instaurare collaborazioni e relazioni volte da un trasferimento reciproco di conoscenze, di saperi, di processi.

Infine, concludo accennando al Ministro Fioroni alcuni punti specifici della scuola emiliano-romagnola.
I dati sull'abbandono e la dispersione scolastica indicano una situazione in Emilia-Romagna migliore della media nazionale, dal momento che interessa circa il 6 per cento dell'intera popolazione scolastica nella fascia tra i 14 e i 17 anni, quella più a rischio, a fronte di un dato nazionale che si stima intorno al 20-22%.
Il dato non è allarmante, ma non posso e non voglio sottovalutarlo.
Ogni abbandono infatti è un segnale di disagio che richiede attenzione adeguata.
Così come mi preoccupa l'aumento del numero dei bocciati e dei promossi con debiti formativi, che negli ordini di scuola della secondaria superiore supera il 30%, con punte fino al 50% nei primi e secondi anni degli istituti professionali.

Ho ritenuto allora che la scuola in Emilia-Romagna avesse bisogno di un intervento straordinario.
Per questo - l'ho annunciato in conferenza stampa pochi giorni fa - oltre 5 milioni di euro sono stati destinati dalla Giunta regionale ad un piano che mira a contrastare l'abbandono scolastico e il disagio giovanile e a sostenere l'integrazione degli studenti immigrati, anche attraverso la formazione di docenti.
Il sistema scolastico e formativo della Regione intende accompagnare tutti i ragazzi, scongiurando il rischio che vengano esclusi dal sapere e che si trasformino in adulti a rischio di sotto occupazione o disoccupazione.

Ho particolarmente apprezzato il fatto che il Ministro Fioroni, esponendo in Parlamento il programma politico del Governo, ha voluto ricordare che la maggiore presenza di alunni stranieri si registra proprio nella scuola emiliano-romagnola.
L'impegno che ci viene richiesto su questo fronte è veramente straordinario.
Oggi la più grande responsabilità sul piano politico e istituzionale, nei confronti delle nuove generazioni, è quella di rafforzare e difendere il concetto di interdipendenza di tutti i diritti umani.
Guardate che, a dispetto di pregiudizi e luoghi comuni sull'incompatibilità tra culture diverse, bambini e ragazzi di continenti diversi nella scuola si inseriscono senza particolari difficoltà. Lo dice una ricerca del CNR.

A noi, politici, amministratori, alle autonomie scolastiche, resta un compito importante: lavorare per garantire pari opportunità di accesso e di successo alla formazione a tutti gli stranieri.
Che cosa vuole dire pari opportunità?
Pari opportunità significa non solo il diritto di frequentare la scuola, ma anche di individuare e mettere a disposizione degli allievi strumenti linguistici, tecnici e culturali per superare problemi di inserimento iniziale, per far crescere l'idea di una cittadinanza plurale e perché l'integrazione sia una pratica quotidiana.
Ma se gli strumenti linguistici sono imprescindibili per i ragazzi e le ragazze straniere, la formazione, l'esercizio, l'abitudine al dialogo interculturale riguardano tutti.

Infine, una notazione sull'autonomia scolastica che riguarda più che il rapporto con il governo nazionale, quello fra la regione ed il complesso delle istituzioni scolastiche presenti sul suo territorio.
"La verifica dello stato di salute dell'autonomia - è scritto con schiettezza nell'ultimo rapporto sulla scuola emiliano-romagnola - mette in evidenza alcuni rischi di di autorefertenzialità delle scuole… e sembra a volte prevalere la ricerca della quantità … con l'esplosione di una miriade di micro-progetti…".
Preciso subito che nessuno, men che meno la sottoscritta, pensa ad una messa in discussione dei principi dell'autonomia scolastica, e che la gran parte delle scuole emiliano-romagnole ha saputo ben misurarsi con le sfide dell'autonomia, dalla flessibilità all'innovazione, alla programmazione e alla qualità del servizio reso.
Da qualche parte mi è capitato di leggere e di sorridere del "leggendario" curricolo dell'Impero francese, in cui i bambini di quinta elementare dalla Normandia a Nizza, al Quebec, a Thaiti, alle 10 di un certo lunedì seguivano tutti la medesima lezione di matematica.
Ma la situazione opposta, in cui ciascuna istituzione scolastica si scegliesse un proprio curricolo avrebbe anch'essa dell'incredibile.
Fuor di metafora, c'è bisogno, a mio avviso, che l'autonomia delle singole scuole sia motore dell'autonomia del sistema scuola della nostra regione e con questa autonomia di sistema sia capace di coniugarsi.

In questa prospettiva, il ruolo che l'istituzione regionale vorrebbe giocare nel rapporto con le singole scuole autonome è di porsi al servizio della loro capacità di fare sistema, di essere appunto non un modello, ma un laboratorio di innovazione e di qualità, di contribuire, ad esempio, alla messa a punto di curricula imperniati, più che sulla quantità, sulla qualità dei traguardi formativi che ogni scuola si impegna a far raggiungere agli allievi.
Io ho fiducia che nell'ascolto e nel dialogo con i soggetti del territorio, con le comunità locali e con le istituzioni rappresentative, a cominciare da quella regionale, le scuole autonome emiliano-romagnole sapranno intraprendere questo cammino e conseguire risultati importanti per loro stesse e per il Paese.
La scuola, come tutti gli organismi, ha bisogno di un ambiente ricco perché la qualità possa affermarsi: un seme se non gli viene data acqua non crescerà per diventare fiore. Non significa che impara dall'acqua a diventare fiore, semplicemente che ha bisogno dell'acqua per crescere bene.
Dobbiamo dare alla scuola l'acqua dell'attenzione e dell'impegno quotidiano per permetterle di svolgere al meglio lo straordinario servizio che essa rende alla società.
Dobbiamo, se fosse necessario, scegliere di dare quell'acqua al mondo della scuola prima che ad altri mondi, peraltro spesso solo virtuali; scegliere di dare quell'acqua a chi vive e lavora nelle scuole, prima che ad altri soggetti ed ad altri ceti sociali, se vogliamo che - come un fiore - la scuola cresca forte e bene.
Grazie a voi tutti e buon anno di lavoro.