L'offerta di alta formazione in Emilia-Romagna: i poli tecnici regionali
Bologna, 8 giugno 2007
Contesto e premesse
Competitività del sistema economico regionale, coesione sociale, ricerca della qualità e dell’innovazione e della sostenibilità ambientale nello sviluppo, promozione attiva della solidarietà tra persone, tra imprese, tra istituzioni, tra territori: sono le ragioni che guidano l’ambizione di fare della nostra regione una realtà all’avanguardia nella realizzazione della cosiddetta Strategia di Lisbona, ovvero un sistema fortemente orientato alla qualità dello sviluppo economico e sociale e alla competitività.
Per raggiungere obiettivi così alti, una Regione come la nostra deve investire nella qualificazione di un sistema dell’istruzione, formazione professionale, assegnandogli compiti anche più elevati rispetto al passato.
Ogni persona, ognuno di noi, infatti per essere un cittadino consapevole e responsabile e un lavoratore capace, soddisfatto e adattabile deve poter contare su un solido impianto di competenze di base ed essere disponibile ed incline ad una periodica riorganizzazione e aggiornamento dei propri saperi e delle proprie competenze, soprattutto quelle specialistiche.
Ogni impresa, per mantenere il proprio profilo competitivo, deve costantemente presidiare i propri bisogni di competenze ed essere supportata nell’individuazione delle competenze alte e specialistiche, strategiche per lo sviluppo e l’innovazione.
Il nostro sistema economico-produttivo regionale in passato si è strutturato sulla condivisione da parte di tutti gli attori istituzionali e sociali del ruolo strategico dell’istruzione e formazione tecnico-professionale. Oggi, puntare sulla innovazione e sullo sviluppo comporta la promozione e la condivisione del valore della cultura tecnico-scientifica. Vale a dire riconoscere la necessità di una specifica azione in questo senso. I valori, infatti, non possono essere solo predicati, hanno la necessità di vivere nell’ esperienza reale.
Condividere questi assunti permette di avviare un dibattito costruttivo relativo alla formazione tecnica e professionale e al ruolo che essa deve ricoprire quale strumento in grado di accompagnare realmente ed efficacemente lo sviluppo del sistema economico e produttivo regionale nello scenario attuale.
La Regione Emilia-Romagna riconosce nell’investimento sul sapere lo strumento decisivo per sostenere in modo equo la crescita economica del territorio e la coesione sociale. E, giocando appieno il proprio ruolo e le proprie competenze, individua nella valorizzazione della cultura tecnico-scientifica l’elemento chiave per costruire un nuovo sistema di istruzione e formazione professionale regionale rispondente:
- alle esigenze della società e alle politiche di sviluppo e innovazione di questo sistema economico-produttivo;
- all’obiettivo di fare dell’Emilia-Romagna la regione della conoscenza, della tecnologia, della capacità cooperative, della qualità.
Identità e ruoli
Nel disegno complessivo di un nuovo sistema di istruzione e formazione tecnico professionale si collocano i poli tecnici, anche se non sono la risposta esclusiva alla domanda di innovazione che da tale sistema proviene.
I poli, innanzitutto, devono rappresentare il luogo nel quale cercare un riallineamento tra la domanda di professionalità delle imprese e l’offerta di competenze che questo sistema offre, ponendosi l’obiettivo di innalzarne, qualificarne e specializzarne il livello e i requisiti.
Tre sono le ragioni a cui oggi si può attribuire il mancato incontro di domanda ed offerta di lavoro:
- le professionalità in uscita dai percorsi di alta formazione non sempre raggiungono un livello di specializzazione e di innovazione adeguato;
- la formazione continua spesso rappresenta più uno strumento di “aggiornamento” che non un’opportunità di qualificazione, riqualificazione e innovazione di profili alti;
- le imprese di frequente non sono in grado di valutare su quali professionalità fare affidamento per affrontare il cambiamento, di esprimere una domanda di alta specializzazione e di investire in capitale umano e in formazione.
Investire nell’alta formazione e nella specializzazione dei lavoratori genera, invece, un processo virtuoso capace di innalzare qualitativamente l’incrocio domanda/offerta di formazione e professionalità
Un cambio di prospettiva
Il dibattito intorno alla programmazione della formazione che deve accompagnare la costituzione dei nuovi poli per essere costruttivo deve, però, abbandonare un paradigma vuoto, spesso autoreferenziale e a rischio di strumentalizzazione da parte di chi non conosce le esperienze già maturate nella nostra regione.
Il fatto che oggi le competenze diventino obsolete molto rapidamente è chiaro a noi tutti. Tuttavia – spero che su questo punto ci sia abbastanza condivisione – l’obiettivo della scuola non può essere quello di rincorrere e adeguare la propria offerta ai fabbisogni troppo mutevoli del mondo produttivo. Così come - spero che anche questo aspetto sia condiviso - le imprese non possono essere identificate solo quale soggetto che “passivamente” acquisisce figure professionali in uscita dai percorsi educativi e formativi.
Dobbiamo saper fare di meglio, instaurando un legame tra sistemi reciprocamente costruttivo. Nella società della conoscenza sarebbe, infatti, paradossale formare delle persone incapaci di apprendere ad apprendere, ma altrettanto paradossale sarebbe - quando il fattore fondamentale che segna i livelli di competitività economica e di coesione sociale è il sapere - non consolidare il trasferimento di conoscenze da quanti le generano a quanti le utilizzano e possono sfruttarle, e viceversa.
Rincorrere un primato dei due sistemi – la scuola e l’impresa - o assegnare all’uno o all’altro una posizione di subalternità credo infatti che sia un esercizio inutile oltre che dannoso.
Credo invece che occorra cambiare la prospettiva e vedere le istituzioni educative e il sistema economico-produttivo entrambi inclini, sensibili, capaci di interpretare, favorire e costruire insieme – anche con ruoli diversissimi – percorsi sempre più solidi, ma non avulsi da quanto accade nella realtà economico-produttiva.
Ma non solo, perché la sfida è esattamente un’altra, e metterla a fuoco spiega piuttosto bene per quale motivo sia utile cambiare prospettiva.
Alla scuola non si chiede di recepire passivamente le esigenze del mondo produttivo. All’istruzione è affidato infatti il compito di educare e trasmettere le competenze di base ai cittadini, in un’ottica di progressivo innalzamento. Ma - e questo è un aspetto decisivo - i poli possono essere un punto di riferimento anche per le istituzioni scolastiche, per identificare quali competenze di base siano diventate indispensabili per affrontare nuovi e mutevoli fabbisogni che solo la specializzazione dell’alta formazione potrà corrispondere con la flessibilità necessaria. Così come possono essere un buon punto di riferimento per un compito che pare oggi determinante. L’impegno che oggi ci aspetta non si riduce, infatti, ad una ricognizione dei bisogni attuali del sistema economico e produttivo, ma si pone quale analisi del contesto capace di anticipare e prevedere i bisogni futuri e di mettere a fuoco possibili e nuove aree di sviluppo per il nostro sistema.
Solo un cambio di prospettiva ed un dialogo impostato su questi presupposti credo che possa condurci realmente alla costituzione di una filiera formativa capace di declinare le esigenze dei giovani, degli adulti occupati e delle imprese.
Il sistema di piccole-imprese che caratterizza la nostra regione si è fondato da sempre sulle competenze in uscita degli istituti tecnici e professionali. Competenze riconosciute e valorizzate da parte del sistema produttivo, premessa per il costituirsi e consolidarsi di un forte legame tra mondo della scuola e mondo delle imprese e premessa per le esperienze di integrazione tra istruzione e formazione, patrimonio che non intendiamo disperdere.
Oggi, in un economia fondata sul sapere, le conoscenze e le competenze, un’economia e un società in cui tutto si gioca sulla capacità di generare, trasmettere e acquisire competenze e saperi, la nostra Regione deve saper reinterpretare questa relazione, in due modi:
- innalzando le competenze di base di tutti i cittadini, fin dalla scuola dell’obbligo: innalzare le competenze significa però anche qualificarle, mettere la scuola nelle condizioni di avere dal mondo esterno delle informazioni da “immettere nel sistema” e di sperimentare nuove metodologie didattiche;
- creando dei luoghi in cui tutto ciò – per determinati settori e determinate competenze - corrisponda ad una prassi quotidiana; sia parte della progettazione e non un tentativo sporadico di mettere in comunicazione due mondo diversi.
I poli tecnici che vogliamo costruire in Emilia-Romagna devono contribuire a questo cambio di prospettiva e rappresentano anche la via per creare un sistema capace di trasferire competenze durevoli – anche se in trasformazione – e accrescere l’adattabilità dei cittadini e dei lavoratori.
Gli ambiti e i soggetti
I poli contribuiscono al consolidarsi, al qualificarsi e all’innovarsi del nostro sistema di istruzione e formazione, ma non ne sono l’univa leva.
Uno dei grandi cambiamenti che hanno trasformato l’economia in questi anni è senza dubbio il paradigma tecnologico su cui si basa il sistema di produzione. Da poco più di una decina d’anni il modo di produrre beni e servizi è oggetto di una mutazione.
Le tecnologie però non sono neutre: possono modificare l’intero sistema produttivo a patto che esse vengano adottate dalla generalità delle imprese, a patto che il capitale umano venga di pari passo accresciuto e a patto che le imprese siano capaci di rivoluzionare i propri assetti organizzativi per sfruttare al meglio le potenzialità di accresciuta efficienza.
Le nostre aspettative nei confronti nei nuovi poli tecnici pertanto sono davvero elevate, ma non per questo carichiamo solo sui poli tutta la sfida per l’innovazione della formazione tecnica professionale. Non possiamo pensare che tutti i profili professionali trovino un punto di riferimento nei poli tecnici. Essi, infatti, devono assolvere alle esigenze di specializzazione e di alta formazione che in determinati ambiti vedono nei processi di innovazione tecnologica una scelta strategica e imprescindibile.
I poli non sono luoghi virtuali, ma si situano sui territori provinciali mantenendo una valenza regionale.
Le specificità territoriali consentono di localizzare i poli in ambito provinciale con l’attenzione a porre le condizioni affinché un singolo polo anticipi, intercetti e risponda alle esigenze di alta formazione specialistica che in uno specifico ambito diventano condizione per lo sviluppo di un sistema produttivo regionale.
E’ evidente che ogni polo deve collocarsi in un contesto economico e produttivo coerente dal punto di vista della vocazione produttiva, in grado di contribuirne alla nascita e alla crescita, interessato ad accogliere le competenze in uscita, a partecipare all’identificazione di processi e metodologie innovative o ad anticipare scenari di sviluppo per il contesto stesso, magari ancora impliciti. Tuttavia i poli devono essere progettati nell’ambito di un disegno unitario, in una dimensione di rete che non si ponga in contrasto con la logica territoriale, ma che la valorizzi.
La logica pertanto è quella di una rete in cui i poli, con il contributo attivo delle istituzioni e degli altri soggetti coinvolti:
- condividano esperienze e metodologie innovative, competenze trasversali, buone prassi anche organizzative;
- intercettino o anticipino necessità e fabbisogni provenienti anche al di fuori dell’ambito provinciale;
- garantiscano la capacità di offrire opportunità e servizi anche in sedi differenti, laddove altri contesti economico-produttivi o singole realtà produttive ne manifestino l’esigenza.
In questa logica devono essere concepito il polo tecnico, che crediamo debba essere un soggetto:
- autonomo, rispetto ai soggetti “formativi” – istituti tecnico professionali, enti di formazione, imprese - che lo compongono e che nel polo portino risorse professionali e strumentali rendendolo stabile, strutturato e riconoscibile;
- capace di instaurare un rapporto di collaborazione con tutti i soggetti del territorio che nel riconoscimento del ruolo e del valore siano portati ad investirvi risorse;
- capace di stimolare e riconoscere il ruolo di indirizzo che le organizzazioni, le istituzioni e tutti gli attori del territorio possono e devono ricoprire.
