62° anniversario della Liberazione
Pavullo nel Frignano, 25 aprile 2007

Programma

Donne di Pavullo, cittadini; autorità militari, religiose, civili

ringrazio l’Amministrazione Comunale per avermi invitato alla celebrazione dell'anniversario della Liberazione.
Ogni Paese ha le sue date fondanti che rappresentano il simbolo di una storia comune (il 14 luglio per i francesi, il 4 luglio per gli americani). Negli ultimi anni abbiamo riscontrato, da parte dei massimi vertici delle istituzioni e dei precedenti governi, una sconfortante trascuratezza nei confronti delle celebrazioni del 25 aprile, nonostante dal colle del Quirinale (con l’ex Presidente Ciampi come accade oggi con il Presidente Napoletano) arrivassero continue sollecitazioni per ricordare che il 25 aprile, insieme al 2 giugno, rappresentano le date fondanti della nostra identità nazionale.
Ricordare il giorno della Liberazione significa ricordare la Resistenza, il ruolo del movimento partigiano nell’ambito della strategia militare alleata, il sacrificio di migliaia di donne e uomini per la Libertà, la dimensione europea della lotta al nazifascismo, perché anche la Resistenza italiana si colloca all’interno di un’esperienza che fu di carattere europeo.
Proprio nei giorni scorsi abbiamo celebrato il cinquantenario dell’Unione Europea, ricordando la nascita della Cee. Il processo di integrazione e poi unificazione europea aveva l’obbiettivo di garantire pace e benessere al nostro continente.
Il contributo dato dall’antifascismo e dalla Resistenza a questa spinta unitaria è stato decisivo. Fu proprio nelle prigioni e nei luoghi di confino politico del fascismo, così come nei campi di concentramento e di sterminio nazisti, che nacque e prese corpo quella straordinaria idea che fu l’Europa unita (ricordo figure come Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi). L’antifascismo rappresentò la linfa vitale dei padri fondatori della nostra Repubblica prima e dell’Europa unita dopo.
La necessità di un ruolo più incisivo del nostro vecchio continente nell’ambito delle relazioni internazionali rappresenta una delle maggiori eredità morali di quel 25 aprile di 62 anni fa.
Ricordiamo il 62° anniversario della Liberazione in uno scenario internazionale ancora tragicamente segnato da conflitti che rievocano la guerra che aveva sconvolto l’Europa nella seconda metà del Novecento. Oggi l’Europa deve giocare un ruolo di primo piano in un mondo che deve essere sempre più multipolare e guidato da relazioni multilaterali, dove le sorti del pianeta non siano affidate ad un solo Paese, ma dove tutte le aree del mondo concorrano a dirimere le questioni internazionali. La nostra collocazione occidentale, il nostro rapporto privilegiato con l’alleato statunitense, deve spronarci ad esercitare un ruolo importante, improntato alla ricerca di un dialogo continuo e di pace, nelle relazioni tra Est ed Ovest, come tra Nord e Sud del mondo.
Questo è il lascito fondamentale della Resistenza, una lotta combattuta perché non si dovesse più combattere. Il movimento partigiano era composto in gran parte da donne e uomini umili, poveri e male armati, che combattevano contro l’esercito più forte del mondo. Quelle donne e quegli uomini avevano respinto i bandi di Salò, avevano risposto ad un altro bando di reclutamento, quello rivolto alla loro coscienza civile, e rappresentavano a loro modo un nuovo esercito: il primo esercito del popolo italiano che voleva essere libero, il primo esercito dello stato democratico e antifascista, il primo esercito che combatteva perché non ci fossero più guerre.
La  Medaglia d’Oro al Valor Militare Irma Marchiani, figura esemplare di donna partigiana fucilata a Pavullo il 26 novembre 1944, scriveva dalla prigione poco prima che la sua condanna a morte venisse eseguita “Ho sentito il richiamo della Patria per la quale ho combattuto, ora sono qui... fra poco non sarò più, muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse”.
Irma era cresciuta in una famiglia di antifascisti di origini fiorentine che viveva a La Spezia. Per problemi di salute frequentava la zona del Frignano, dove rimase dopo l’8 settembre 1943. Fu staffetta partigiana e poi combattente col nome di battaglia di Anty nel Battaglione "Matteotti" della Divisione Garibaldi "Modena". Durante la battaglia di Montefiorino venne catturata mentre tenta di far ricoverare in ospedale un partigiano ferito. Venne seviziata e tradotta nel campo di concentramento di Corticelli (Bologna): condannata a morte e poi alla deportazione in Germania, riesce a fuggire e rientra nella sua formazione di cui è nominata commissario, poi vice-comandante, ed è fra i protagonisti di numerose azioni nel Modenese. ‘Con i suoi uomini’, Anty partecipò coraggiosamente ai combattimenti di Benedello. Catturata dopo questi scontri, fu riconosciuta e fucilata da un plotone tedesco nei pressi di Pavullo. La sua storia, la storia del movimento partigiano, restituisce dignità ed orgoglio al nostro paese.
Si è insistito da parte di alcuni, non in modo disinteressato, sulla dimensione minoritaria del movimento partigiano e sul suo limitato ruolo militare. In realtà, al movimento partigiano italiano hanno partecipato ben 250.000 combattenti, e sono molti di più i protagonisti di queste vicende, perché fra chi prese parte alla Resistenza bisogna annoverare anche coloro che appartenevano alla vasta rete di solidarietà che si creò intorno a questo movimento di popolo. E qui mi preme ricordare anche la Resistenza civile e non armata e lo straordinario ruolo svolto dalle donne, che cominciarono da qui un cammino di emancipazione che ha fatto del Novecento il secolo delle donne.
Si è tentato di individuare nell'8 settembre il momento della 'morte della patria'. Invece l'8 settembre non morì la patria, ma lo stato monarchico. La Resistenza, sulle macerie della guerra, ha costruito un'Italia nuova e democratica, che ha riconsegnato agli italiani la propria dignità nazionale e che ha contribuito, a livello continentale, a dare un’identità all’Europa.
È stato proprio grazie al patrimonio comune di valori, non solo della Resistenza come esperienza armata, ma anche come esperienza etico-morale, come vissuto di donne e uomini, che il nostro Paese, anche nelle differenze culturali e politiche che lo attraversavano, ha potuto crescere e svilupparsi in un comune e riconosciuto terreno democratico.
La Resistenza ha riscattato l’onta del fascismo. Senza la Resistenza l'Italia sarebbe uscita dalla Seconda Guerra mondiale come un paese sconfitto, umiliato, diviso e non più sovrano.
Le principali eredità di quell’esperienza sono una Carta costituzionale tra le più avanzate al mondo, la conquista del suffragio universale e del voto alle donne, la nascita di una classe dirigente anche di estrazione popolare.
Da parte di alcune forze, e da alcuni storici revisionisti, si è tentato di svalutare il ruolo avuto dalla Resistenza, per proporre una sorta di archiviazione del passato, rivendicando una riconciliazione che intende mettere sullo stesso piano non solo vinti e vincitori, ma ragioni dei vinti e ragioni dei vincitori.
Ma noi dobbiamo distinguere tra le ragioni di una e dell’altra parte. I morti sono morti, sia che siano caduti da una parte o dall’altra, e il dolore di chi li ricorda è il medesimo e va rispettato allo stesso modo. Tuttavia, consegnato alla storia il dolore delle famiglie delle vittime e salvaguardato il rispetto dovuto ai morti di una parte o dell’altra, rimane inaccettabile confondere le ragioni che dividevano i progetti e le prospettive di chi – da vivo – combatteva sui fronti opposti, perché mentre da una parte si combatteva per l’affermazione di un regime intollerante e antidemocratico, dall’altra parte si combatteva per una società nuova, diversa da quella che il fascismo aveva propinato per vent’anni.
Ricordo Calvino in un passaggio del suo bel libro  “Il sentiero dei nidi di ragno”:
“… basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova dall’altra parte, come Pelle dalla brigata nera, a sparare con lo stesso furore, con lo stesso odio, contro gli uni o contro gli altri, fa lo stesso […] la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là si ribadisce la catena”, una catena di violenze e sopraffazioni e conclude “noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente viene perduto, nessun gesto, nessuno sparo […] servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena […] Questo è il significato della lotta”.
Come scriveva Calvino, mentre da una parte c’erano odio e simboli di morte, dall’altra c’era la speranza di una nuova vita, migliore e più giusta. Solo a partire da questo riconoscimento, da questa storia condivisa, è possibile comprendersi ed è possibile dialogare e riconciliare le diverse memorie del nostro Paese.
Chi si riconosce nei valori della Resistenza sa che i partigiani hanno combattuto per ideali giusti, per ridare dignità ed onore al paese. Ma, partendo da questa certezza, noi non dobbiamo avere paura del confronto con posizioni diverse. Occorre costruire un terreno comune e condiviso, nel quale le memorie possano liberamente confrontarsi. Ciò presuppone il riconoscimento dell'altro, il diritto di tutti ad avere una propria memoria, ma all’interno di una storia che non può che essere unica. E la Repubblica nata dalla Resistenza e sancita dalla Costituzione può garantire questo spazio comune.
Rinnovare e adeguare il nostro Paese alle esigenze ed alle sfide della società di oggi significa rilanciare quel patrimonio di valori affermati nei principi costituzionali di sessant’anni fa, consolidarli e realizzare ciò che non è stato realizzato, perché oggi l’area del disagio, dell’intolleranza e della sopraffazione si è allargata. Oggi i diritti di democrazia, solidarietà e rispetto di culture diverse hanno cambiato il colore della pelle, riguardano donne e uomini che giungono da paesi più lontani a cercare una speranza e che sono, per l’Italia, seppur nelle difficoltà che la convivenza con culture diverse crea, una risorsa importante.
Oggi, celebrare i valori del 25 aprile, significa affermare l’importanza della contaminazione fra culture e popoli diversi nel rispetto di regole che devono essere rispettati da tutti. Ed è proprio per recuperare quei valori, attualissimi ancora oggi, che va depurata la data del 25 aprile da quegli elementi di retorica e da quelle visioni puramente celebrative che ogni data simbolo, per sua natura, è costretta a portarsi dietro. E per fare questo dobbiamo rivolgere il nostro messaggio alle giovani generazioni, che sempre più faticano a comprendere, e spesso a conoscere, quegli eventi, in modo che non sia interrotta la trasmissione della memoria tra le generazioni.
Dietro alla difficoltà di rapporto con il passato da parte dei giovani si nasconde un disagio più ampio rispetto alla capacità di progettare il futuro, se non una vera e propria paura del futuro. La Resistenza ha lasciato alle generazioni successive, tra le quali la mia, una testimonianza di concezione attiva della democrazia e di partecipazione. Anche noi oggi dobbiamo essere capaci di parlare al passato dando ai giovani una prospettiva di futuro. Da questo punto di vista il ruolo della scuola è ancora fondamentale. Ma insieme alla scuola, per trasmettere i valori del 25 aprile, sono decisive le famiglie, le istituzioni, l’associazionismo.
Ci siamo lasciati alle spalle il ’900, ma non dobbiamo mai dimenticarne la storia. Esso non è stato solo il secolo delle guerre mondiali, dei totalitarismi, dell’Olocausto, dell’oppressione dell’uomo sull’uomo, ma è stato anche il secolo del 25 aprile, del riscatto della dignità umana sulla barbarie e sulla violenza, della fine dei colonialismi, delle conquiste dei più deboli, delle lavoratrici e dei lavoratori, delle conquiste delle donne, del progresso scientifico, dell’indimenticabile ’89. Lo dobbiamo raccontare e spiegare ai più giovani affinché essi ne trasmettano la memoria nel futuro.
Buon 25 aprile a tutti.