Precariato, sicurezza e regolarità del lavoro
Per una nuova cultura della legalità
Bologna, 13 dicembre 2006
Ringrazio molto gli organizzatori di questo convegno e mi scuso per non aver potuto assistere agli interventi di chi mi ha preceduto.
Vorrei soffermarmi in particolare su due temi che in qualità di Assessore al lavoro della Regione Emilia-Romagna, considero prioritari: il precariato e il lavoro sommerso.
Se si guarda agli indicatori della cosiddetta Agenda di Lisbona, emerge come la nostra regione per quantità dell’occupazione e inclusione sociale abbia raggiunto in questi anni risultati molto buoni.
Per quanto riguarda l’occupazione femminile, in particolare, più di sei donne su dieci in Emilia-Romagna lavorano, con un tasso che si attesta al 61% e colloca la regione con largo anticipo oltre l'obiettivo di previsto per il 2010.
Tuttavia da un’analisi del mercato del lavoro regionale emerge che sul fronte della qualità dell’occupazione si registrano ancora alcune criticità. Esse sono sostanzialmente riconducibili a due profili di lavoratori: le donne, soprattutto se giovani e acculturate, e gli over 50.
Le donne che lavorano nella nostra regione - molto più numerose che in altre regioni italiane ed europee - hanno diverse ragioni per essere insoddisfatte.
Innanzitutto registrano condizioni contrattuali più precarie degli uomini: se questi ultimi verso i trent'anni possono ambire a contratti più stabili o alla libera professione, la precarietà delle donne si accentua intorno ai trentacinque anni e può prolungarsi fino ai quaranta.
Nella disputa terminologica tra flessibile e precario, mi sembra che, in questo caso, la tendenza assuma decisamente le caratteristiche della precarietà, in quanto non ha il carattere provvisorio del dato maschile e diventa, invece, abbastanza stabile, fino ad accentuarsi in quell’età intermedia, a fronte, ad esempio, di un’avvenuta maternità.
Non dimentichiamo, a questo proposito, che anche in una regione come la nostra - che ha un alto tasso di servizi sociali per l’infanzia (tre volte tanto la media nazionale) - il 18% delle donne dichiara di dover abbandonare il lavoro dopo il primo figlio.
Le donne inoltre studiano più degli uomini, distinguendosi, a scuola come all'università, per i risultati migliori: ciononostante, rispetto all'investimento in formazione, le lavoratrici lamentano una progressione di carriera insoddisfacente.
Infine denunciano un differenziale retributivo, a parità di condizioni contrattuali e di responsabilità, ingiustificabile: guadagnano, infatti, circa il 27% in meno dei colleghi maschi, se sono dipendenti; circa il 40% in meno se sono autonome.
E’ bene sottolineare che il differenziale retributivo che grava sulla componente femminile del mercato del lavoro coinvolge anche il tema del riconoscimento dell’investimento nel capitale umano. Non parliamo infatti – non esito a ripetermi – di persone a bassa scolarizzazione; molto spesso ci riferiamo a donne che hanno conseguito un diploma o una laurea, che hanno frequentato master e corsi di formazione professionale.
Affrontiamo ora l’altra tipologia di lavoratori che evidenzia condizioni di criticità.
Come già accennato, il confronto tra la situazione regionale e quella media comunitaria consente di confermare il giudizio sostanzialmente positivo sulla performance del mercato del lavoro regionale: la comparazione dei tre principali indicatori del mercato del lavoro – tasso di occupazione totale, tasso di occupazione femminile, tasso di occupazione 55-64 anni - in relazione ai quali sin dalla prima fase della Agenda di Lisbona erano stati fissati degli obiettivi quantificati, mette in luce un buon grado di raggiungimento degli stessi.
La situazione appare negativa solo in relazione al tasso di occupazione dei lavoratori della classe 55-64 anni.
Anche se nel 2005 si è attestata su livelli superiori alla media nazionale e anche a quelli del Nord Est, è indispensabile attuare politiche e di interventi per contrastare questo fenomeno.
In questa fascia di età, l’Istat ha inoltre registrato nel 2004 un aumento significativo di forme di lavoro non-standard.
Esse però non sono da attribuire solo ai titolari di pensione che ricorrono per “arrotondare” a forme di collaborazione,: l’aumento rivela invece che di fronte alla perdita del lavoro e all’impossibilità di un ingresso immediato nell’età pensionabile, per continuare a lavorare si rientra sul mercato accettando contratti di parasubordinazione.
Passiamo ora al secondo argomento: il lavoro nero.
È vero che in Emilia-Romagna la percentuale stimabile di economia sommersa, compresa quella che nasce da lavoro nero, è largamente al di sotto di quella stimata a livello nazionale (si parla di 6-7 punti), ma è pur vero che riscontriamo sensibili diversità.
Non credo che si possa attribuire al caso, ad esempio, che la percentuale di lavoro nero e di economia sommersa nel triangolo manifatturiero sia molto bassa e, viceversa, e cresca nelle aree della costa, dove prevale il settore dei servizi, del turismo e della ristorazione.
Ciò significa che un settore non ce la fa a stare dentro i costi dell’economia regolare? Credo che si possa immaginare che questo fenomeno sia dovuto solo ed esclusivamente a una logica competitiva all’interno di quel mercato.
Ho citato anche questo esempio perché sono convinta che l’insieme di queste questioni non possa che essere affrontato in un’ottica di molteplicità di policy.
Tra queste occorre mettere in campo una serie di azioni che mirino anche ad un irrobustimento dei fattori di crescita e di innovazione del sistema economico e produttivo.
La nostra regione si caratterizza per elevati livelli di ricchezza prodotta, certamente in relazione alle altre regioni italiane, ma anche a tutte le regioni europee.
Le caratteristiche strutturali del sistema produttivo locale, peraltro, lo qualificano come un sistema relativamente forte in una prospettiva di crescente competizione internazionale.
La dinamica recente di alcuni indicatori strutturali, tuttavia, evidenzia il concreto rischio di un indebolimento della competitività relativa dell’Emilia-Romagna. In particolare, segnali poco confortanti emergono per quanto concerne la dinamica della produttività del lavoro.
Ciò significa che nella prossima programmazione del FSE, a fianco di interventi strutturali sul sistema produttivo, andranno ampliati e
definiti ancora più puntualmente gli interventi a sostegno dell’adattabilità dei lavoratori, delle lavoratrici e delle imprese.
In una società in cui saperi e competenze svolgono un ruolo determinante per il posizionamento competitivo delle imprese, per far fronte a questa flessione sarà opportuno puntare ad interventi formativi sempre più efficaci e innestati in un processo di modernizzazione delle filiere e delle imprese.
Così come sarà opportuno focalizzare interventi verso l’adattabilità di specifiche categorie di utenti: oltre quelli con bassa scolarizzazione, anche le persone occupate con rapporti di lavoro non subordinati, a prevalente componente femminile.
L’avvio di linee di intervento ad essi dedicate in questi ultimi anni ha contribuito a determinare migliori condizioni professionali, ma è necessario mantenere una forte attenzione sul tema per evitare che processi di flessibilizzazione conducano a precarietà ed all’impoverimento delle competenze e del livello di professionalità.
Diversamente, per quanto riguarda la popolazione over 45 anni la sfida consiste nell’aumentare il tasso di occupazione e nell’innalzare l’età media di uscita dal mercato del lavoro, assicurando non solo che una quota maggiore di persone che hanno attualmente tra i 55 e i 64 anni rimanga nel mondo del lavoro, ma che aumenti l’occupabilità degli attuali quarantenni e cinquantenni.
L’obiettivo è quello di migliorare le prospettive occupazionali e professionali delle persone, orientandole alle sempre più complesse
esigenze del sistema economico-sociale attraverso la differenziazione, specializzazione e personalizzazione delle opportunità formative, che dovranno essere sempre più flessibili e
integrate con il mercato del lavoro, promuovendo una costante innovazione del sistema economico regionale.
Per raggiungere questi obiettivi è evidente che sia necessario lavorare in una logica di partnership .
Per la valorizzazione delle politiche cofinanziate dal FSE, più in generale, e per mettere in campo azioni di contrasto alla precarietà e all’economia sommersa, ritengo strategico il contributo delle forze sociali, nonché il confronto con gli altri portatori di interesse.
Il modello di governance che abbiamo in mente è basato su una coesione territoriale e su una cooperazione interistituzionale in grado di stimolare la concertazione e la realizzazione di politiche condivise tra i diversi soggetti e così favorire la crescita complessiva del sistema.
Solo un accenno ad un’ultima questione, a cui invece voglio dedicare molta a attenzione nella prossima programmazione: il tema della conciliazione.
Perché questo è un tema reale nei confronti del quale dobbiamo cercare di individuare soluzioni innovative per una regione come la nostra, in cui l’investimento sul capitale umano femminile e le azioni per migliorare non solo l’ingresso, ma anche la permanenza della donna nel mercato del lavoro, sono diventati ormai prerequisito per la qualità dello sviluppo della nostra regione e la sua sostenibilità.
Sono convinta quindi che sia necessario mettere in campo una pluralità di azioni – lo dicevo anche qualche giorno fa in un seminario alla Facoltà di Eoconomia dell’Università di Bologna. Non vedo altra strada.
C’è un’occasione importante, da non perdere: i prossimi sette anni di programmazione dei fondi europei.
Le risorse come è noto sono diminuite, ma sono ancora risorse rilevanti.
Accrescere l’adattabilità dei lavoratori e delle imprese; migliorare l’accesso all’occupazione; prevenire la disoccupazione di lunga durata; incoraggiare l’invecchiamento attivo; potenziare l’inclusione sociale e il capitale umano tramite l’innovazione e la ricerca; promuovere partenariati e iniziative con gli altri paesi dell’Unione. Sono, in estrema sintesi, le strategie che intenderemo mettere a punto con la prossima programmazione, nell’ambito della quale si lavorerà anche per un’implementazione dei processi in relazione all’istituto dell’apprendistato, sia quello professionalizzante che è in crescita nella nostra regione, sia quello dell’alta formazione.
Per quanto riguarda l’alta formazione, in particolare, imprescindibile sarà il dialogo con Università, ma anche il rafforzamento di una cultura delle imprese propensa a investire in questa direzione.
Nella nostra regione numerose sono le esperienze di eccellenza, ma in una società ed economia della conoscenza che si basa sul trasferimento delle conoscenze da quanti le generano a quanti le utilizzano e viceversa, il dialogo tra mondo della ricerca e sistema produttivo non può essere sporadico.
Su questo fronte abbiamo deciso di scommettere in questa regione: raddoppiando e sincronizzando gli interventi di ricerca, innovazione e sviluppo e quelli di investimento in capitale umano.
Questo è, a mio modo di vedere, un punto decisivo, che può dare una risposta a una platea significativa di giovani laureati e ricercatori, aumentando le opportunità di lavoro stabile subordinato, ma anche le possibilità di avviare percorsi di auto-imprenditorialità.
Il nuovo Programma Operativo Regionale (POR) per l'attuazione del programma di competitività e occupazione attraverso il Fondo Sociale Europeo, sarà sottoposto all’Assemblea Legislativa regionale a marzo; comincerà allora una fase di negoziato che prevede circa sei mesi di lavoro congiunto con la Commissione. L'avvio del Programma è previsto per il prossimo autunno, con il coinvolgimento diretto di Province e Comuni.
