Scelte pubbliche: pratiche concrete.
Esperienze amministrative e condivisione di buone prassi
Bologna, 8 novembre 2006
Se penso al numero di temi che vorrei affrontare oggi insieme a voi, mi rendo conto che il tempo che ho a disposizione è veramente limitato. A tre argomenti, tuttavia, credo di non poter rinunciare.
Il primo scaturisce dalla mia esperienza politica e dalla convinzione ormai maturata da tempo che nella lunga fase di transizione politica che il nostro Paese sta vivendo, la questione del genere non sia secondaria.
In diversi momenti, anche complessi, che hanno caratterizzato questo periodo lungo 15 anni e non ancora giunto al termine, da nessuna parte si è fatta avanti l’idea di scommettere davvero su un cambiamento, su una rottura, investendo seriamente sulle donne.
Tale atteggiamento - che leggerei come una vera e propria resistenza al cambiamento - nel nostro paese continua a perpetuarsi.
Altri Paesi, con orientamenti politici anche molto differenti, hanno saputo muoversi diversamente. La Germania, ad esempio, in una fase indubbiamente difficile della vita economica, sociale e politica, ha scommesso su una donna, Angela Merkel.
In Cile - Paese dilaniato da una storia recente di regime totalitario sanguinoso, con un conflitto civile e politico molto profondo - è una donna a governare.
Una presenza femminile molto significativa si registra nei Governi dei Paesi del Nord Europa, e non è cosa recente.
In Spagna non sono poche le donne che ricoprono ruoli politici di primo piano.
In Francia - lo sappiamo tutti - alle prossime presidenziali è candidata una donna, Ségolène Royale.
Veniamo all’Italia. In Italia abbiamo dovuto attendere più di 30 anni per avere una donna presidente della Camera, anzi quasi 40 anni, più di 30 anni per avere una donna ministro e solo dopo il 1965 si è discusso se concedere alle donne la carriera nella Magistratura.
E ancora oggi, dal punto di vista della presenza delle donne in politica registriamo un dato di grande sofferenza. Questo vale anche per la Regione Emilia–Romagna.
L’Assemblea Legislativa della nostra Regione vede una presenza femminile pari al 10%, in Giunta siamo in due. Un drappello sparuto oserei dire.
Si tratta di un problema di cultura politica che io vedo strettamente interconnesso a questa lunga transizione del sistema politico del nostro Paese, in gran parte ancora incompiuto.
Non è una mancanza di volontà. Credo che la politica fatichi a scommettere sul futuro, fatichi a scommettere sulle donne, esattamente come fatica a scommettere sui giovani. E’ un dato, anche questo, palese.
La lunga esperienza politica che ho ormai maturato rivela un’età non più giovane, eppure nella platea della politica italiana, mi colloco senza ombra di dubbio nella fascia giovane.
Siamo in una fase cruciale che riguarda il futuro di questo Paese e sono convinta che il tema della presenza femminile non sia estraneo né al problema della transizione, né alla sua possibile soluzione.
Tuttavia, sono anche convinta che l’idea che la politica non si apra sufficientemente alle donne o che le donne non si aprano sufficientemente alla politica – due punti di vista che si alternano nelle discussioni pubbliche, nei convegni e seminari - sia francamente un po’ datata.
Il tema è decisamente pertinente a sedi come questa che raccolgono donne che hanno in qualche misura ruoli e responsabilità nella pubblica amministrazione, sia come decisori politici, sia con funzioni amministrative. E’ infatti da sedi di confronto come questa che auspico siano gettate le basi di un processo e di un percorso verso il cambiamento. Ma perché ciò si produca - come ho già ripetuto in altre occasioni alle amministratrici delle Province e dei Comuni – serve un’ottica nuova. E così vengo al secondo argomento.
E’ giunto il momento di far uscire le pari opportunità dal circuito chiuso che le delimita, circuito che è anche identitario e in quanto tale rassicurante, ma rischioso. Sono convinta, infatti, che spesso pregiudichi la nostra capacità di confrontarci con chi non ne fa parte.
In questa sede - il Compa, fiera della comunicazione pubblica - questo tema dovrebbe esserci particolarmente caro. Perché misura la nostra capacità di comunicare con l’esterno e di mettere in nuova luce le politiche di pari opportunità: non più dominio di poche addette ai lavori, non più politiche di nicchia, ma idee e azioni capaci di coinvolgere molte più donne e uomini della società.
In che modo? Il primo passo è quello di ragionare in una logica della parità, giocando a tutto campo.
Se il nostro obiettivo è quello di raggiungere dei risultati solidi, questo è un punto decisivo al quale, io credo, non possiamo sottrarci.
Al di là della delega che mantengo, in Regione Emilia-Romagna, ad esempio, abbiamo ritenuto decisivo collocare il Servizio Pari opportunità laddove si integrano le politiche strategiche, ovvero il Gabinetto di Presidenza.
In una Regione che sempre di più è ente di governo territoriale, che presiede un sistema di relazioni e in questi anni ha riflettuto a lungo sul tema della governance, abbiamo maturato la convinzione che le pari opportunità debbano rapportarsi a questo livello.
Non una somma di politiche, ma un’integrazione di politiche: la dimensione in cui stiamo cercando di operare è radicalmente diversa rispetto al passato e, credo, decisiva.
In questa direzione si colloca anche la nuova programmazione del Fondo sociale europeo. Il nuovo Programma operativo regionale non prevede, infatti, una misura specifica per le azioni di genere e ciò va letto come un tentativo di applicare la logica del mainstreaming fino in fondo.
Voglio farvi un esempio. Si parla molto di frequente di società multietnica, di multiculturalità e di interculturalità, si parla di carta dei diritti, di reciprocità, di antidiscriminazione nell’ottica del 2007, anno europeo delle pari opportunità. La multiculturalità non è però un miraggio, la nostra società è già multiculturale e se vogliamo declinare il tema dei diritti dal punto di vista di genere, non possiamo tralasciare questo aspetto.
Una ragazzina nordafricana che arriva in Emilia-Romagna a 13/14 anni, quando la scuola è già iniziata, tanto quanto un suo coetaneo maschio, incontra difficoltà che conosciamo bene; anzitutto il problema della lingua, seguito da altre criticità che l’integrazione troppo spesso implica.
Ma la ragazzina corre un rischio in più e molto più grave: quello di non essere iscritta a scuola.
Ciò genera due tipi di conseguenze.
Questa ragazzina non avrà l’opportunità di frequentare e conoscere altri adolescenti - italiani e non - in un luogo, la scuola, in cui l’integrazione, nonostante tutto, mi risulta essere più realizzabile che in altri ambienti. E, soprattutto, non conseguirà né una qualifica, né un diploma. Ciò significa precludersi - appena giunti in un nuovo paese - l’unica possibilità di integrazione ed emancipazione. Significa rinunciare ad un futuro di pari dignità e opportunità.
Quando parliamo di lotta alla dispersione sappiamo, allora, che alle politiche scolastiche occorre integrare quelle di genere e quelle rivolte ai cittadini immigrati.
Un secondo esempio. La società di oggi è attraversata da un paradosso: da una parte registra tassi di invecchiamento tra i più significativi in Europa, dall’altra, il tasso di natalità cresce quasi esclusivamente grazie alle nuove famiglie di immigrati.
Una quota di donne inevitabilmente sacrifica il percorso professionale a causa del lavoro di cura a cui si vede costretta a dedicarsi; una quota di donne invece, provenienti da altri Paesi, trova un impiego come badante, ma molto spesso irregolare.
Per far fronte a questo scenario è stato avviato nella nostra regione un progetto sperimentale, in collaborazione con l’Assessorato alla Sanità e con il Ministro della Famiglia che prevede sia percorsi formativi, accanto ad un processo di regolarizzazione.
Questi esempi illustrano con grande chiarezza che la politica, oggi più che mai, deve saper guardare ai processi sociali ed economici in corso e saperli interpretare.
Sono decisamente convinta che la sfida di genere sia in questo senso la nostra grande opportunità. Solo l’ottica di genere può approntare risposte adeguate ad una società che necessita di un investimento maggiore in capitale umano, di un trasferimento più sistematico di saperi e di conoscenze da quanti le generano a quanti le utilizzano e viceversa, che ha bisogno di riconoscere le eccellenze, metter in luce i talenti e, soprattutto, valorizzare le differenze senza che esse nuocciano, ma anzi costituiscano un reale arricchimento per la società.
Questo è il mio punto di vista. Occorre pensare alle donne reali della nostra regione, metterle a fuoco, capire i loro bisogni, che sono concreti, per approntare strumenti che siano in grado di interpretarli e soddisfarli.
Se sbaglieremo, correggeremo in progress, ma non abbiamo alternative. Serve uno scatto deciso, in questa direzione.
Se ci voltiamo, se guardiamo indietro, molte sono le esperienze importanti che stanno alle nostre spalle, ma altrettanto importante e soprattutto impegnativo è quello che ci aspetta: abbiamo ancora molto da fare, da costruire e implementare.
Dobbiamo però sapere che o siamo in grado di cambiare e rispondere concretamente alle esigenze delle persone, o ci ritroveremo in tante e altre numerose sedi, per parlare, confrontarci, senza tuttavia apportare cambiamenti radicali nelle dinamiche sociali che vedono il genere femminile sfavorito.
Ma questa sfida è alla nostra portata: da una parte la dimensione dei problemi, dall’altra la strumentazione a cui possiamo ricorrere, mi fanno pensare che ci siano le condizioni per fare questo passo.
Un’ultima considerazione voglio aggiungere. Non mi piace l’idea che una donna in politica debba essere apprezzata e stimata da sole donne. Noi siamo apprezzate, stimate quando sappiamo trasferire buone prassi, come sostiene Simona Lembi, quando siamo capaci costruire dei percorsi da cui donne in carne ed ossa traggono vantaggi concreti nella vita di tutti i giorni. Questo è il nostro obiettivo e per raggiungerlo sto lavorando in questa Regione, intrecciando un dialogo serrato con tutte le realtà.
