Programma

Le forme di disagio giovanile vissuto nell’ambito della scuola e, più in generale, nel periodo dell’adolescenza sono molto numerose e maturano e crescono per motivi e in circostanze molto differenti.
La famiglia e l’ambiente socio-culturale di provenienza, spesso ne sono considerati la causa per un’incapacità di trasmettere valori e attenzione ai propri figli o per atteggiamenti opposti, quali l’eccessiva protezione e indulgenza.
La famiglia può anche non essere considerata il problema. E più che all’ambiente di vita, si tende – in altri casi -  ad attribuire il disagio del ragazzo alle sue caratteristiche individuali.
In un modo o nell’altro, la scuola e gli insegnanti sono testimoni di diverse forme di disagio. 
La scuola è  il teatro in cui inizia a manifestarsi questo disagio che spesso nella relazione con i compagni e con i docenti  può intensificarsi.
Gli insegnanti - più dei genitori stessi –  quotidianamente  si trovano nella condizione di osservare la reazione degli studenti di fronte alle prime difficoltà che la scuola impone, di avere uno sguardo obiettivo di fronte alla loro capacità di  relazionarsi con i compagni, di osservare la loro dimensione sociale in questa fase della crescita.
La scuola appare, dunque, come il luogo privilegiato di osservazione del fenomeno. Ma non solo,  a volte ne è anche il fattore scatenante.
Per questo credo che la scuola abbia la responsabilità di individuare il disagio, di circoscriverlo, di comprenderne la natura, di capire quali sono le risorse, le strategie, le azioni necessarie a volte per prevenirlo, a volte per cercare di neutralizzarlo.
Se l’obiettivo è il successo formativo di tutti i ragazzi che frequentano le nostre scuole,  è indubbio che forme di disagio di diverso tipo possono essere un ostacolo serio al suo raggiungimento. Il compito della scuola è affrontare il problema e, se possibile, risolverlo.
Detto questo, so bene che l’obiettivo non è facile. Che molte volte gli insegnanti si sentono soli ad affrontare situazioni certamente complesse. E non è compito della scuola risolvere tutte le problematicità degli studenti. Sarebbe impossibile pensarlo.
Il disagio quotidiano di ragazzi – che spesso non trova risposte al suo bisogno di attenzione e di punti di riferimento -  arriva a incontrarsi  o scontrarsi proprio con la figura di un docente. E agli insegnanti è richiesta una capacità sempre più raffinata di cogliere le diverse forme del disagio e di individuarne le origini.
Bisogna fare attenzione però ad un aspetto.
Non si tratta di addossare alla scuola la colpa di episodi  di violenza e soprusi, come è stato fatto negli ultimi mesi del 2006. 
Il fenomeno del bullismo  ha radici molto più profonde, da ricercare più in generale nei modelli culturali che la nostra società impone e di fronte ai quali i più giovani sono debolissimi.
Si tratta, invece, di  essere consapevoli di quando c’è qualcosa che non va, nel rendimento di uno studente e  nel suo modi di assumersi le responsabilità che la scuola impone, e di fare in modo che un malessere, una difficoltà non pregiudichino un percorso scolastico e formativo.
Per farlo risulta importante l'apporto collaborativo di tutti coloro che ruotano intorno alla scuola come istituzione sociale: i dirigenti scolastici, i docenti, il personale non docente, gli studenti e i familiari. Ma non solo, la scuola ha bisogno di tessere reti con tutte la figure educanti del territorio.
In questo senso alcune caratteristiche del progetto “Per una scuola che sa accogliere”  costituiscono delle tappe obbligate di un percorso che si pone come destinazione una scuola di qualità e di pari opportunità di accesso e di successo.
Mi riferisco alla capacità di fare rete tra le scuole,  alla capacità di dialogare con il territorio e di coinvolgere i genitori, non solo sensibilizzandoli e chiamandoli in causa rispetto al percorso scolastico dei propri figli, ma anche richiamando la loro attenzione sulla dimensione scolastica e sociale più generale in cui i giovani  trascorrono gran parte della loro giornata e della loro vita, maturando scelte fondamentali. Una vera e propria alleanza formativa tra famiglie e scuola.
Due sono i compiti principali assegnati storicamente alla scuola: la trasmissione e l’acquisizione di conoscente di tipo intellettuale; e la trasmissione di competenze civiche necessarie per esercitare i propri diritti e doveri e partecipare attivamente alla vita democratica della società.
Si tratta di educazione alla cittadinanza attiva, un processo essenzialmente  di natura sociale. Questo processo inizia nelle aule e la scuola deve creare le condizioni più favorevoli per la socializzazione delle giovani  a partire dal suo interno.
Non dimenticando che i due compiti si trovano in stretta relazione  (la socializzazione è una delle condizioni essenziali dell’apprendimento), e che la dimensione sociale della crescita – lo  ripeto - non spetta unicamente ed esclusivamente alla scuola, ma si sviluppa in collaborazione con la famiglia, con il gruppo dei pari, con il contesto territoriale locale  e con la società nel suo complesso.

C’è un altro aspetto che ci può aiutare a capire il motivo per cui la scuola deve prendersi cura del malessere e del disagio manifestato dai ragazzi nell’ambito scolastico.
Molte sono le ricerche e i libri usciti in questi ultimi mesi che ci restituiscono un’immagine della nostra scuola – a livello nazionale - come tra le più “arretrate” in Europa nel porre riparo alle disuguaglianze sociali.
Il dato si ricava da inchieste portate avanti da sociologi, economisti e pedagogisti, tra cui Gabriele Ballarino e Daniele Checchi, un sociologo e un economista attenti al rapporto tra scuola e disuguaglianza.
Qualche mese fa, a richiamare l’attenzione su queste ricerche, è stato anche un lungo articolo di Simonetta Fiori su Repubblica.
Che cosa dicono queste ricerche?
Le ricerche mettono in luce che se è vero che nel corso del ‘900 è aumentato notevolmente il tasso di scolarità, non è però diminuita la disparità nell'accesso all'istruzione, soprattutto nella scuola secondaria superiore e università.
Le ricerche convergono nel dimostrare che, in Italia più che altrove, la scelta della scuola secondaria - ossia la scelta tra licei, istituti tecnici e istituti professionali - è ancora fortemente condizionata dal livello di istruzione dei genitori.
Due studenti uguali in termini di competenze ed esperienza scolastica, ma diversi in quanto solo uno dei due ha almeno un genitore laureato,  con molta probabilità fanno scelte di iscrizione scolastica differenti.
In termini statistici, il figlio del laureato ha il 25% di probabilità in più rispetto al figlio del diplomato di proseguire gli studi in un liceo: un privilegio ereditario, slegato dalle reali inclinazioni dello studente.
Da questa disparità ne discende un'altra, relativa al percorso universitario università: la scelta della secondaria superiore – come si sa -  condiziona spesso  anche il passo successivo.
La diagnosi di Daniele Checchi, preside della facoltà di Scienze Politiche all'Università di Milano, e Luca Flabbi, ricercatore della Georgetown University, è chiara e scoraggiante: "Se l'istruzione dei genitori conta perfino nella transizione universitaria, e non si dissipa col procedere della carriera, ne dobbiamo inferire che l'Italia è ancora molto lontana dall'offrire un'uguaglianza nelle opportunità di accesso, così come anche si riscontra nel mercato del lavoro successivo".
Saremmo nel paese delle “vite ineguali”,  secondo la definizione di Antonio Schizzerotto, un sociologo che al tema della disuguaglianza nell'Italia contemporanea ha dedicato anni di ricerche e alcune riflessioni fondamentali.
Daniele Checchi ricorre, invece, all’immagine del “soffitto di vetro” per indicare le difficoltà in cui s'imbattono oggi in Italia gli studenti socialmente più fragili.
Ma una scuola pubblica che non favorisca la mobilità sociale e che non sia saldamente costruita sui principi di equità sociale, tradisce una delle sue funzioni primarie: consentire a tutti  di emanciparsi, di  avere la possibilità di fare cose diverse dai propri genitori e guadagnare anche meglio.
È in gioco, in sostanza, una battaglia di democrazia, che si può vincere anche attraverso una differenziazione nell'offerta scolastica, dando di più e di diverso a chi ne ha più bisogno.
Certo la decisione del ministro Fioroni di innalzare l'obbligo scolastico a 16 anni, posticipando la scelta della secondaria a un'età più matura,  può contenere l'influenza del background famigliare.

In Emilia-Romagna – rispetto al panorama nazionale – abbiamo raggiunto dei risultati di grande soddisfazione.
Da una visione complessiva della consistenza delle iscrizioni nei quattro principali gradi del sistema dell’istruzione, emerge che nei quattro ordini di scuola, per l’anno scolastico 2005/06, sono presenti in Emilia-Romagna circa 500.000 ragazzi e ragazze, corrispondenti al 12,8% della popolazione complessiva residente nella Regione.
Due sono le tendenze generali relative al grado di scuola secondario:

  • il numero degli allievi è in crescita nella maggior parte dei territori provinciali e per entrambi i livelli scolastici;
  • nella scuola di secondo grado gli incrementi si evidenziano in tutte le province.

Alla conclusione delle scuole medie, le scelte dei giovani sul percorso di obbligo formativo nel quale immettersi sono differenziate. L’elemento di maggiore spicco è la scelta prevalente e costante di iscrizione alle scuole secondarie superiori. Il tasso di scolarità regionale - calcolato sull’età 14 anni - è aumentato negli ultimi dodici mesi, raggiungendo circa  il 98%.

Questi risultati  sono frutto di un insieme di politiche, tra cui la differenziazione dell’offerta formativa che la legge 12  a istituzionalizzato, dopo anni e anni di esperienze regionali di integrazione tra istruzione e formazione.

Ma il ruolo della scuola, degli insegnanti e delle reti di scuole in progetti come questo, che puntano a sperimentare una metodologia di intervento sul problema della dispersione scolastica e del disagio in modo da migliorare la situazione degli alunni in difficoltà e modificare, di conseguenza, anche la realtà complessiva delle scuole, credo sia una questione fondamentale che possa contribuire  a cambiare la scuola dal di dentro e a modificare  quel paradosso poco democratico che sembra caratterizzarla in Italia.

Per lavorare in questo modo e porsi questi obiettivi occorrono risorse finanziarie.
Attività di gruppo per insegnare ai ragazzi come aiutare i coetanei con difficoltà di apprendimento; progetti per organizzare la prima accoglienza e l'inserimento in classe dei nuovi alunni immigrati; corsi di formazione per i docenti sulle dinamiche di relazione e percorsi per gli studenti di educazione alla cittadinanza attiva e all'affettività.
Sono solo alcune delle attività che verranno realizzate dalle scuole grazie al finanziamento della Regione nell'ambito del Piano straordinario regionale per combattere la dispersione scolastica e sostenere l'integrazione degli studenti stranieri, nell’ambito del quale sono stati  approvati circa 300 progetti presentati dalle autonomie scolastiche per un importo complessivo di oltre 5 milioni di euro.
Il bando, presentato a settembre, era aperto alle scuole primarie e secondarie con sede in Emilia-Romagna, singole o in rete tra loro.
Le attività approvate dovranno essere realizzate già nel corso dell’anno scolastico 2006-2007, con l'obiettivo di potenziare le azioni di accoglienza, orientamento e tutoraggio a favore degli studenti, promuovere attività con le famiglie per sensibilizzarle e coinvolgerle nelle problematiche della dispersione scolastica.
Le attività dovranno anche sperimentare metodologie didattiche innovative per rimotivare gli studenti, agevolandoli nella prosecuzione del percorso di studio e migliorando le loro competenze di base.
L’auspicio è che questo intervento possa costituire una cassaforte di esperienze cui attingere anche per il futuro, in modo tale da premiare e diffondere buone prassi nella direzione della qualità della scuola.