Programma

Buonasera a tutti, mi è stato affidato il compito di introdurre questa tavola rotonda. Lo faccio volentieri cercando, per ragioni di utilità del confronto, di tracciare schematicamente quelli che considero i temi cruciali della giornata.
“Scuola, lavoro e impresa: costruire in sussidiarietà si può?” In primo luogo rispondo positivamente a questa domanda - peraltro non vedrei una strada diversa -, in secondo luogo mi interessa prendere in considerazione gli elementi che più influenzano e caratterizzano i sistemi di istruzione e formazione: l’offerta educativa, la domanda di competenze da parte del mondo produttivo e delle imprese, la domanda di mobilità sociale e di status professionale.
Dalla recente indagine Excelsior relativa ai programmi di assunzione per livello di istruzione da parte delle imprese, emerge che l’8,5% è costituito da laureati, il 4,1% da persone che hanno conseguito titoli nei percorsi di specializzazione post-secondaria, il 28,8% da diplomati, il restante da coloro in possesso di titoli di studio inferiori.
Tali numeri assegnano al cosiddetto canale terziario dell’istruzione, quello dell’alta formazione tecnico-professionale, un futuro non irrilevante. La percentuale del 4,1% per un’area, come quella del canale terziario che a tutt’oggi, a differenza dell’università che conosciamo da alcuni secoli, non è presente nel nostro Paese, certamente rappresenta un dato significativo e degno di qualche riflessione, soprattutto in una regione come la nostra. Il dato è la traduzione in termini quantitativi di intenzioni: attualmente tale quadro non ha un pieno riscontro nelle modalità effettive con cui il mercato del lavoro incrocia le prospettive di inserimento di coloro che investono, anche per lunghi anni in istruzione e formazione.
L’Emilia-Romagna, più di altre regioni, è caratterizzata da un buon livello di crescita economica e da un particolare livello di equità nella redistribuzione del reddito, da un forte senso di coesione sociale, ossia da un rispetto e da un’applicazione del principio di sussidiarietà verticale e orizzontale da intendersi non tanto e non solo come proposito per il futuro, quanto come  pratica che certamente necessita di nuovi paradigmi. La nostra regione, inoltre, registra uno dei tassi di invecchiamento più alti d’Europa e presto dovrà fare i conti con una popolazione attiva e occupata che, a differenza del passato, dovrà permanere al lavoro ben oltre i 50-55 anni.
In tale scenario si colloca la nuova programmazione regionale che vede un investimento per i prossimi anni in ricerca e innovazione e in capitale umano raddoppiato rispetto alla situazione attuale, in termini di impegno e di risorse. A ciò sono sinergicamente rivolte le azioni di governo di questa regione, in particolare gran parte della programmazione dei fondi strutturali 2007-2013, il Fondo per lo Sviluppo Regionale e il Fondo Sociale Europeo. Investire sulle competenze, supportare l’attivazione e il consolidamento dei processi di trasferimento di conoscenza tra strutture educative e formative e realtà imprenditoriali, qualificare i percorsi di formazione continua, intervenire con opportune politiche attive anche, ad esempio, per contrastare in modo innovativo i problemi di discontinuità dei percorsi lavorativi delle persone, sono le priorità di questa Regione. Ed è per far fronte a questa sfida che stiamo attrezzando il nostro sistema.
Due questioni, inoltre, vorrei segnalare: la prima è comunemente definita con il termine ‘dispersione scolastica’. Se ci riferiamo a tale fenomeno intendendolo in senso stretto, in questa regione facciamo i conti con una percentuale che è mediamente 1/4, in alcuni casi forse anche meno, di quella nazionale. Potremmo ritenerci soddisfatti: la stragrande maggioranza dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze frequenta la scuola o frequenta percorsi di istruzione e formazione. Tuttavia, ciò che desta preoccupazione, pur nell’ambito di una situazione decisamente migliore della media nazionale, sono i debiti formativi e le bocciature che si registrano nei primi due anni dell’istruzione secondaria: una media di circa il 30%, per arrivare ad oltre il 50% proprio negli istituti professionali che costituiscono uno dei punti cardine rispetto al riposizionamento della nostra offerta formativa. È pertanto evidente che non possiamo trascurare questo dato.
A questo proposito - guardando ancora al panorama nazionale - mi interessa sottolineare come, a parte il divario nord-sud, che è senz’altro il più preoccupante in Italia, le regioni in cui la dispersione scolastica è recentemente aumentata sono quelle in cui si è verificata la cosiddetta licealizzazione, quelle in cui si è accentuato lo scollamento  tra un’istruzione di serie A (l’istruzione liceale focalizzata sul sapere)e un’istruzione di serie B (l’istruzione e la formazione tecnico-professionale focalizzate sul saper fare). Nella nostra regione questo non è stato un fenomeno significativo. Possiamo dire che in Emilia-Romagna, per la storia che ne ha caratterizzato la crescita e l’espansione, l’istruzione tecnica e professionale ha mantenuto, anche nel corso di questi anni difficili, un livello di attrattività superiore a quello che è accaduto in altre aree del Paese.
La seconda questione a cui vorrei almeno accennare è quella della mobilità sociale.
Fino a che punto gli impegni che stanno dentro la nostra Carta Costituzionale, i principi-guida, ispiratori di una scuola in grado di offrire pari opportunità per tutti, sono stati rispettati?
Il dettato costituzionale italiano (art. 3 e art. 34) prevede la “rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale” e che “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Fino a che punto questi impegni hanno avuto una reale applicazione?

Ragionare delle prospettive del nostro sistema senza cercare di rispondere a questa domanda mi sembra difficile. Sociologi, economisti e pedagogisti hanno messo in luce, soprattutto di recente, come il sistema  scolastico italiano sia tra i più arretrati nel porre riparo alle diseguaglianze sociali, tendendo sostanzialmente a riprodurle. Il dato è documentato in diversi saggi, in particolare dal nuovo lavoro di Gabriele Ballarino e Daniele Checchi, un sociologo e un economista molto attenti al rapporto tra scuola e disuguaglianza. È certamente vero che nel corso del Novecento è aumentato il tasso di scolarità, tuttavia non è diminuita la disparità nell'accesso all'istruzione, soprattutto nel suo ultimo segmento, quello della secondaria superiore e università. La scuola italiana non riesce a  favorire l’emancipazione. I dati  che i due autori hanno ricavato dall'incrocio tra le indagini PISA (Programme for International Student Assessment) e i dati Istat, convergono nel dimostrare come in Italia più che in altri paesi europei la scelta della scuola secondaria  - ossia la scelta tra licei, istituti tecnici e istituti professionali – sia ancora fortemente condizionata dal livello di istruzione dei genitori.
La diagnosi è grave: sostanzialmente abbiamo un deficit dal punto di vista della capacità del sistema di offrire opportunità di mobilità sociale, di reggere alle sfide della modernità e della competitività, di aprirsi alle frontiere della conoscenza. Per contrastare questa situazione, per puntare ad una crescita del sistema socio-economico caratterizzata da un bilanciamento adeguato tra obiettivi di competitività, coesione e equità sociale, per rafforzare l’adattabilità e l’occupabilità dei lavoratori -  anche a partire dalla duplice questione demografica che stiamo vivendo (da un lato l’invecchiamento della popolazione, dall’altro l’immigrazione) - è indispensabile procedere consolidando il sistema di istruzione e formazione professionale in direzione dell’innovazione, della qualificazione e della promozione della cultura tecnico-scientifica sia per quanto riguarda le competenze di base dell’istruzione tecnico-professionale, sia per l’alta formazione. 
I poli tecnici che ci accingiamo a progettare costituiscono da questo punto di vista un’opportunità assolutamente innovativa: fondata sul principio di sussidiarietà, in grado di mettere in campo le migliori energie dell'istruzione, della formazione professionale, del mondo delle imprese, della realtà sociale e proiettata a dare una risposta efficace alla domanda che proviene dal mondo produttivo.
Nel disegno complessivo di un nuovo sistema di istruzione e formazione tecnico professionale non si collocano solo i  poli tecnici, essi non sono la risposta esclusiva alla domanda di innovazione che da tale sistema proviene.  Ma  ai poli attribuiamo un ruolo importante, quello di essere il  luogo nel quale cercare un riallineamento tra la domanda di professionalità delle imprese e l’offerta di competenze che questo sistema presenta, ponendosi l’obiettivo di innalzarne, qualificarne e specializzarne il livello e i requisiti.
Il sistema di piccole-imprese che caratterizza la nostra regione si è fondato da sempre sulle competenze in uscita degli istituti tecnici e professionali. Competenze riconosciute e valorizzate da parte del sistema produttivo, premessa per il costituirsi e  consolidarsi di un forte legame tra mondo della scuola e mondo delle imprese e premessa per le esperienze di integrazione tra istruzione e formazione, patrimonio che non intendiamo disperdere.
Oggi, in un economia fondata sul sapere, un’economia e un società in cui tutto si gioca sulla capacità di generare, trasmettere e acquisire conoscenze e competenze, la nostra Regione deve saper reinterpretare la relazione tra sistema educativo e formativo e sistema economico, in due modi: innalzando e qualificando le competenze di base di tutti i cittadini e creando dei luoghi in cui tale relazione – per determinati settori e determinate competenze - corrisponda ad una prassi quotidiana.
Quanto ai settori, non mi riferisco solo al manifatturiero: il terziario, ad esempio, merita la stessa attenzione, la stessa sforzo di intraprendere la strada dell’innovazione, la stessa dinamicità  e apertura all’ingresso di giovani generazioni di ragazze e ragazzi.
Concluderei dicendo che il principio di sussidiarietà verticale e orizzontale si basa sull’idea che l'insieme della società e delle forze che sono in campo cooperino per ottenere i migliori risultati, per costruire in maniera adeguata non solo l'offerta di istruzione e di formazione, ma anche politiche integrate di inserimento sociale, costituendo quella che possiamo definire una comunità educativa in senso pieno.