Programma

Innanzitutto un grazie al gruppo dei Comunisti Italiani che ha deciso di organizzare questa giornata.
Ho accolto volentieri l’invito a partecipare, con un contributo di riflessione, a questi lavori che si propongono di affrontare questioni rilevanti come la rimessa al centro della questione del lavoro, della sua dignità e delle condizioni in cui – in un mondo che deve affrontare sfide nuove, a cominciare dalla globalizzazione ed i processi di integrazione – esso riesce a rendere centrale la persona, i suoi diritti e ad avere. E’ infatti attorno a questo fulcro che deve esprimersi la concertazione di un insieme di politiche.
In Italia la questione della quale stiamo ragionando ha i caratteri dell’emergenza. Non è un caso che, dopo il suo insediamento, una delle prime azioni propriamente politiche che il Presidente Napolitano ha voluto scrivere nell’agenda italiana riguardasse proprio il tema della sicurezza del lavoro. Anche conoscendo personalmente Napolitano posso confermare che non si sia trattato affatto di una concessione rispetto a un evento luttuoso accaduto poco prima. Certo quello fu un aspetto sicuramente rilevante dal punto di vista emotivo, come dimostra il fatto che nei giorni successivi sia stata organizzata un’iniziativa importante a Napoli, in cui le questioni di cui discutiamo oggi sono state al centro di una riflessione che ha coinvolto lo Stato, il Governo, le  Regioni e gli Enti locali. Sono certa che non si sia trattato di un segnale solo ed esclusivamente di rilievo mediatico: è stata piuttosto un’iniziativa che ha avuto una sua forza e consistenza politica.

Daniela Bortolazzi, intervenuta prima di me, ha sottolineato come la questione che stiamo affrontando riguardi da vicino l’Emilia-Romagna dove pure, rispetto ad altre realtà del Paese, la soglia di osservazione e di attenzione nei confronti della sicurezza e della regolarità del lavoro è sicuramente più alta rispetto ad altre.
I dati ai quali Donatella ha fatto riferimento evidenziano due aspetti: il primo è che il problema esiste ed è rilevante anche in una regione come la nostra; il secondo è che in una regione come la nostra l’attività di denuncia nei confronti delle autorità, e contro l’attività di controllo ed ispezione, è molto più vasta rispetto ad altre realtà del nostro Paese.
Questo significa, dunque, che i dati vanno contestualizzati, presi cioè ad esempio in riferimento alla quantità di imprese diffuse sul territorio ed all’emergere dei fenomeni legati alla tematica degli infortuni sul lavoro.
L’Emilia Romagna, come sapete, non ha nessuna competenza in materia di ispezione e controllo in senso proprio, perché la legislazione nazionale ha riservato a sé tutta l’attività connessa alla verifica delle condizioni di regolarità del lavoro, anche dal punto di vista fiscale e contributivo, e del pieno adempimento delle normative.
C’è però un punto su cui la Regione ha qualcosa da dire ed è quello riferito al recepimento di una importante direttiva europea in tema di sicurezza, la direttiva numero 626 che, come ben sapete, è connessa in maniera rilevante all’attività del sistema sanitario di prevenzione. E’ su questo passaggio che si inserisce immediatamente il ruolo e la funzione della Regione.
Non sono io l’assessore competente ma mi sento comunque di poter dire che in Emilia Romagna c’è, su questo versante, un’attività costante di monitoraggio e di verifica e che, per larga parte, i protocolli per la sicurezza ed i documenti sui rischi sono largamente attuati. Abbiamo – questo è il punto – una diffusa presenza di piccole imprese, di microimprese al di sotto della soglia dei 9 dipendenti, dove le procedure relative all’identificazione dei rischi relativi alla 626 sono oggettivamente molto più semplificate ed in cui gli aspetti che attengono alla dimensione di processi messi in atto in maniera costante e monitorata sul tema della sicurezza sono questioni che diventano un po’ più evanescenti. Per una drogheria, intendo, per un piccolo negozio, un laboratorio di analisi, un laboratorio informatico i problemi connessi ai rischi – perché il fattore rischio è un elemento rilevante quando si parla di sicurezza – risultano meno rilevanti.
Ci sono invece attività in cui l’impatto è fortissimo. So che ne parlerà Cicconi, ma mi riferisco a tutta la questione che riguarda l’edilizia ed in parte anche l’agricoltura. Qui infatti trovo che risieda il vero grande problema, più che nei grandi cantieri dove, tutto sommato, la possibilità di contrattazione da parte delle organizzazioni sindacali e delle istituzioni è più forte (basti pensare ai protocolli sulla Tav) e dunque risulta più facile mettere in atto tutto il complesso delle attività per la sicurezza dei lavoratori.
Per quanto riguarda, invece, la dimensione delle piccole e piccolissime imprese la questione risulta molto più sfuggente, soprattutto in una realtà come la nostra dove la nascita di piccole imprese e piccolissime imprese, società personali – la cui titolarità spesso è di cittadini che provengono da altri paesi, extracomunitari in modo particolare – è in fortissima crescita.
In questi ambiti ed a queste dimensioni, per quanto riguarda gli appalti pubblici ma soprattutto nel caso di contratti di tipo privato, ci si trova di fronte lavoratori che a volte conoscono poco l’italiano, pochissimo le norme della sicurezza e che, soprattutto, operano in condizioni di agibilità del lavoro molto precarie.
Su questa questione dovremo presto promuovere una iniziativa specifica. So che Cicconi ha già lavorato su tali aspetti e che anche già in essere un progetto sperimentale relativo alla messa in sinergia di attività di carattere formativo e di predisposizione di un percorso di ingresso e di accoglienza di questi lavoratori.
C’è però una questione molto rilevante, che fa strettamente binomio con i temi che riguardano la sicurezza “del” lavoro: quello della sicurezza “sul” lavoro. La sicurezza “sul” lavoro, soprattutto laddove i fattori di rischio sono molto elevati, è fortemente intrecciata con la sicurezza “del” lavoro. Intendo dire che quando il lavoro è precario o addirittura sommerso, è abbastanza evidente che parlare di sicurezza diviene per forza di cose una qualcosa di molto evanescente. Fenomeni di questa natura ci sono anche in una regione come la nostra. I dati ai quali faceva riferimento Donatella non sono una testimonianza, ma è una questione sulla quale abbiamo bisogno di operare e combattere quotidianamente, perché le tematiche che affronteremo anche in futuro non saranno in diminuzione.
Abbiamo la Legge regionale 17 del 2005, una legge quindi abbastanza recente, il cui iter è stato avviato prima delle elezioni regionali per concludersi dopo quel voto. È una legge assertiva, che contiene una serie di elencazioni di principi e di buone intenzioni, che valgono come contesto politico-programmatico nel quale si colloca la nostra azione. A questa legge però si aggiungono anche specifiche indicazioni sulle politiche attive, terreno sul quale più direttamente è improntata l’attività della Regione, in sintonia e in raccordo con gli Enti locali.
Devo dire, in tutta onestà, che a tutt’oggi questa legge non è ancora stata pienamente attivata, se non per alcune sue parti molto specifiche che riguardano, ad esempio, il collocamento obbligatorio dei disabili – anch’essa questione rilevante – e l’apprendistato professionalizzante.
In questo contesto la nostra è stata la prima Regione ad aver istituito il Repertorio per l’Apprendistato Professionalizzante che apre spiragli importanti per la regolarità e la correttezza degli adempimenti contrattuali, soprattutto per quanto riguarda l’ingresso del mercato del lavoro: un’opportunità specificamente rivolta a giovani che non hanno superato i trent’anni, che possono presentare livelli di scolarità bassa così come essere diplomati o laureati.

Come voi sapete, il contratto di apprendistato oggi ha una durata di sei anni. Ciò significa che un giovane che fa un contratto di apprendistato a 29 anni teoricamente potrebbe rientrare in quel contratto, anche in passaggi da un’impresa all’altra, fino a circa 35 anni. Secondo i dati del Rapporto sul Mercato del Lavoro nella nostra regione, nell’arco dei primi due anni questo contratto, soprattutto per i maschi, solitamente si trasforma in un contratto di lavoro a tempo indeterminato di tipo classico. In questo caso specifico la parte formativa di 120 ore, fino a ieri lasciata alla buona volontà di aziende e lavoratori, da oggi risulta invece strutturata in un’offerta formativa complessiva attraverso la quale la Regione ha la possibilità di considerare e monitorare l’effettiva definizione dell’esecuzione di un contratto a causa mista: un rapporto di lavoro, cioè, in cui sono presenti attività di lavoro e formazione insieme.
Attualmente abbiamo 10.000 contratti operativi: una quantità abbastanza rilevante per uno stock complessivo che supera, in Emilia Romagna, le 75.000 unità.
Quando si affrontano queste tematiche l’attenzione va rivolta soprattutto alle categorie più basse, quelle maggiormente esposte a rischi e difficoltà. In questo caso però siamo nell’ambito di una tipologia contrattuale che consente il rapporto con le organizzazioni sindacali, il monitoraggio e l’intervento delle istituzioni. Oltre a questo, naturalmente, c’è anche tutto il resto, ovvero la parte del cosiddetto “lavoro atipico” che nella nostra Regione si configura come dimensione contrattuale presente, soprattutto in alcuni settori, anche se, stando ai dati più recenti, comunque in calo.
Stando tutto ciò l’impegno che ora ci prendiamo è quello di attuare una delle parti centrali della Legge 17: quella relativa alle politiche ed alle azioni attive di contrasto alla precarizzazione. Approfitto dunque proprio di questo convegno per annunciare come stiamo predisponendo un pacchetto, che avrà una dotazione finanziaria di 8-10 milioni di Euro, quale prima azione significativa per il passaggio dal lavoro precario al lavoro stabile. Un occhio di riguardo viene rivolto in questo caso alle “tipologie”. Sappiamo infatti di dover realizzare una significativa operazione di genere, perché nella nostra regione abbiamo un vero e proprio tema di gender gap da considerare per quanto riguarda il lavoro precario: mentre per i maschi, intorno ai 30-35 anni il lavoro si stabilizza, per le donne – soprattutto laureate – i 30-35 anni sono periodo di conferma di un lavoro instabile e precario. La valutazione del contesto economico e sociale, predisposta in questi mesi rispetto alla definizione del posizionamento sugli Obiettivi di Lisbona e la definizione della nuova programmazione del Fondo Sociale Europeo, ci fa vedere come ci sia un terreno specifico molto rilevante sul quale operare.
Il tema per l’Emilia Romagna è quello di mettere in atto delle politiche attive. Lo faremo con un approccio anche sperimentale ed in questo ci vengono incontro, per fortuna, le ricadute positive delle scelte contenute nella Finanziaria per quanto riguarda l’incentivo al lavoro a tempo indeterminato. La nostra sarà un’attività che si posiziona in modo tale da non competere con i provvedimenti contenuti nella Finanziaria, ma che intende agire in modo mirato sulle situazioni che, rispetto a quel contesto di provvedimenti nazionali, non sono risolte.
Quanto alla Legge 17, che ho richiamato poco fa, dovremo per esempio operare sul versante di un’azione mirata alla formazione ed alla “formazione alla sicurezza” in particolare. Di questo argomento si parla tanto, si organizzano convegni ed incontri. Quando però ci si sofferma sui dati risulta che la nostra Regione, rispetto gli indicatori di Lisbona, si colloca nel famoso cluster dei territorio più competitivi d’Europa rispetto a molti indicatori che non approfondisco in questa sede perché noti a tutti ed anche perché non intendo fare il panegirico delle buone posizioni dell’Emilia-Romagna.
Voglio soffermarmi invece sulle criticità e restare quindi in tema.
Uno degli indicatori su cui riflettere in maniera significativa è quello della formazione a continua e della formazione addizionale: anche in questo caso abbiamo un dato che ci vede un po’ al di sopra della media nazionale, ma significativamente ci pone al di sotto di quello che accade negli altri Paesi europei.
Nella prossima programmazione – Donatella sa che stiamo discutendo in questo senso – dovremo stringere le redini, anche perché le risorse sono molto meno, rispetto a un obiettivo di efficacia del risultato delle politiche formative. Una delle questioni che ci troveremo dunque ad affrontare in modo strutturale è proprio quella della “formazione alla sicurezza” per ciò che attiene innanzitutto, come dicevo poco fa, al settore edile ed a quello agricolo. In questo ambito stiamo definendo un protocollo con l’apporto delle associazioni imprenditoriali per le quali pure tale impegno rientra nella logica di miglioramento delle loro performance competitive. È un fatto positivo che anche in quel versante le aziende stesse si rendano conto di come la complessità sociale ed economica, derivante dalle modalità attraverso cui il lavoro viene vissuto e costruito all’interno di questi settori e in alcune realtà particolari, determini anche per loro un problema di impoverimento di sistema, di abbassamento della qualità. E’ proprio laddove si abbassa la qualità che naturalmente le tematiche relative alla sicurezza diventano molto forti.

C’è poi una terza grande questione che non attiene strettamente solo alla Legge 17, ma che riguarda più in generale un compito di governance della Regione col sistema degli Enti locali. Mi riferisco allo strumento dell’appalto o la fornitura di servizi ed opere che, proprio perché c’è la cessione di un’attività a terzi, determina un rapporto di natura contrattuale in cui l’aspetto della vigilanza e dell’attuazione delle scelte fondamentali si riconnettono ad una politica di sicurezza e di regolarità del lavoro ed attivano il meccanismo della vigilanza e dell’osservazione da parte della pubblica Amministrazione. Anche in questa direzione abbiamo impianti normativi che hanno dato qualche risultato importante, per esempio nel settore dei servizi; abbiamo fatto giganteschi passi in avanti anche nel settore dell’appalto delle opere, relativamente alla valutazione delle offerte economiche che si riconnette – e mi riferisco in questo caso al Decreto Legislativo Salvi – alla puntuale regolarità sul piano degli aspetti contributivi e contrattuali.
Volendo concludere ritengo che, più che di ulteriori aspetti di natura normativa, la nostra Regione abbia necessità di mettere in campo politiche robuste e di dialogo stretto con il terriotrio, nonché una convincente messa in rete di livelli istituzionali e partenariati di cui poterne verificare progressivamente impatto ed attuazione.
Sul versante, infine, delle questioni a cui Donatella faceva riferimento, e di cui sono più strettamente chiamata ad occuparmi, quelle cioè che si riferiscono ai sistemi formativi e che riguardano le politiche attive sul lavoro, credo che sia necessario affiancare azioni politiche a tutto campo ad un punto di accordo ed un patto serio anche con le forze sociali.
Nel testo del POR (il Programma Operativo) del Fondo Sociale Europeo questo accordo l’abbiamo ottenuto, adesso bisognerà metterlo in pratica. Il fatto che su questi argomenti ci sia stato un pronunciamento unanime mi auguro possa metterci già nei prossimi mesi nella condizione di cominciare a partire con azioni, anche sperimentali, in grado di dare qualche risultato tangibile e significativo nella direzione di cui abbiamo discusso, e che è stata altresì auspicata, proprio durante questo convegno.