"Stringiamo le schede come biglietti d'amore", racconta la giornalista Anna Garofalo nella cronaca di quel giorno, "si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi nelle lunghe file dinanzi ai seggi. E le conversazioni che nascono tra uomo e donna hanno un tono diverso, alla pari".
"Arrivavano ai seggi con il vestito buono della festa, con i bambini in braccio, con il fazzoletto sui capelli. Emozionate, come si conviene per un appuntamento importante, decisivo. "
Quel 2 giugno del ´46 le donne votano per la prima volta e sono oltre 12 milioni. Un diritto, un adempimento ovvio per la democrazia, eppure una conquista difficile, inseguita fin dai primi movimenti femministi a cavallo del Novecento.

Il 31 gennaio del 1945 con il Paese diviso ed il nord sottoposto all'occupazione tedesca, il Consiglio dei Ministri presieduto da Ivanoe Bonomi emanò un decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne (Decreto legislativo luogotenenziale 2 febbraio 1945, n. 23).
I leader dei più importanti partiti di massa, DC e PCI, erano infatti ormai convinti, nonostante le resistenze della base, della necessità di coinvolgere nella dialettica tra cittadini e forze politiche una componente essenziale alla vita del paese.
L'articolo 2 "ordinava la compilazione delle liste elettorali femminili in tutti i comuni".
Il 2 giugno del 1946 le donne votarono per il Referendum istituzionale e per le elezioni della Assemblea. In precedenza avevano già potuto votare per le elezioni amministrative. Ma essere candidate ed esprimersi per i destini della nazione era tutt´altra cosa.

Sui banchi dell'Assemblea costituente sedettero le prime parlamentari: nove della DC, nove del PCI, due del PSIUP ed una dell'Uomo qualunque.
"È il voto alle donne il punto di partenza" dice Anna Rossi Doria, che insegna Storia delle donne all'Università di Tor Vergata a Roma.
"Quello è un momento importante soprattutto dal punto di vista soggettivo, in quanto fu una conquista di individualità oltre che di cittadinanza.
Ci sono tante testimonianze di donne, intellettuali ma anche delle classi popolari e contadine. Tutte ricordano l'emozione provata quel giorno per aver conquistato un senso pieno di autonomia individuale, fuori dai ruoli.
Quel voto segreto significava potersi finalmente sottrarre al controllo e alla subordinazione. Anche dagli uomini della famiglia"

Fu un atto epocale che segnò più di ogni altro il rinnovamento dell'Italia e la nettissima discontinuità tra la nascente democrazia ed il precedente regime fascista.
Quell'atto non fu una concessione, ma il riconoscimento di un diritto che migliaia di donne italiane avevano già conquistato combattendo nella Resistenza contro il nazifascismo.
Dal voto alle donne alla Costituzione, dal diritto di cittadinanza acquisito nasce il seme per quella evoluzione del diritto e del costume che avrebbe, nei decenni successivi, reso possibili tante conquiste di parità e di civiltà.
Leggi fondamentali e innovative nel campo del lavoro, del diritto di famiglia e della dignità femminile come l'abolizione delle case chiuse nel '56, voluta da Lina Merlin e primo esempio di mobilitazione parlamentare trasversale. Le norme sulle lavoratrici madri e, nel lavoro, la parità di trattamento salariale per gli uomini e per le donne. Fino al divorzio e all'aborto legale.
Ma se ancora oggi parliamo della necessità di dare equilibrio alla rappresentanza fra donne e uomini (nella politica, nel lavoro, nell'uguaglianza delle opportunità di accesso ai servizi, alla formazione), questa incompiutezza è la spia che qualcosa non funziona. E che il diritto di rappresentanza delle donne non è ancora pienamente realizzato.

Il cammino delle donne verso l'emancipazione, dal diritto di voto ad oggi, è stato lungo, faticoso e spesso irrisolto, credo di poter dire.
È difficile sperare in una società di eguali quando nei luoghi deputati alle grandi scelte (politiche, economiche) gli uomini occupano ancora le posizioni più alte.
Ancora oggi in Italia nessuna donna è diventata Capo dello Stato, Presidente del Consiglio, del Senato e della Corte Costituzionale.
Tina Anselmi, nel 1976, è stata la prima donna italiana a capo di un dicastero della Repubblica Italiana, quello del Lavoro; Nilde Jotti è stata Presidente della Camera restando in carica fino al '92.
Ma, sono dovuti passare ben 32 anni, 36 governi e 836 ministri prima che fosse concesso un ministero ad una donna.

Il Novecento viene ricordato come il secolo delle grandi guerre, dei grandi cambiamenti e delle grandi conquiste femminili, di cui una delle più importanti è stata quella del diritto di voto alle donne.
Sta di fatto che il 52% dell'elettorato italiano è donna, ma pochissime si trasformano in elette. Siamo le ultime in Europa.
Da un altro punto di vista, quello della partecipazione delle donne al mercato del lavoro, molti sostengono, (Emilio Reyneri, "Verso una nuova società del lavoro") che l'aumentata presenza femminile nel mercato del lavoro negli ultimi 15 anni, costituisca la vera rivoluzione.
Eppure, va ricordato, in Emilia-Romagna, ad esempio - nonostante l'elemento positivo della presenza delle donne nel mercato del lavoro con un tasso di occupazione pari al 60,1% - persistono ombre molto preoccupanti richiamate più volte: la maggiore disoccupazione femminile, peraltro in aumento a differenza di quella maschile, la maggiore precarietà delle donne, la segregazione orizzontale e verticale, il problema della conciliazione, del doppio ruolo e le retribuzioni più basse del 20%-30%.

Tutto ciò ci fa concludere che sono necessari interventi integrati, non solo sul tema della formazione (anche perché le donne della nostra regione sono mediamente più istruite e più formate degli uomini); che occorre ragionare di strategie più complessive e di una vera e propria rivoluzione culturale. Avviarla non può essere soltanto una questione che riguarda le istituzioni ma deve coinvolgere l'intera società.

Per questo motivo il tema che insieme all'Europa (anno europeo delle pari opportunità) assumeremo come priorità nel 2007 sarà quello delle politiche antidiscriminatorie, in quattro ambiti chiave: i dritti, la rappresentatività, il riconoscimento e il rispetto.
Penso che il nostro sistema, quello regionale, sia pronto a mostrare la propria identità, un'identità forte, sia pronto non solo a promuovere in modo astratto, ma anche a rendere concreti sia il superamento di ogni forma di discriminazione che l'uguaglianza delle opportunità (nella fruizione ai servizi, nell'accesso ai percorsi di istruzione, formazione professionale, nell'inserimento e permanenza nel mercato e nelle progressioni di carriera).

E - su questi temi in particolare, e in questi luoghi - non posso che pensare a una regione che ha la storia, l'identità per fare passi avanti straordinari in questo senso.
In questi luoghi in cui le donne hanno dato tutto.
Sto pensando a Gabriella degli Esposti, naturalmente
"Due tenere figliolette, l'attesa di un terzo, non le impedirono di dedicarsi con tutto lo slancio della sua bella anima alla guerra di liberazione. In quindici mesi di lotta senza quartiere si mostrava instancabile ed audacissima combattente facendo della sua casa una base avanzata delle formazioni partigiane, eseguendo personalmente numerosi atti di sabotaggio e contribuendo alacremente alla diffusione della stampa clandestina.
Catturata, fu sottoposta alle torture più atroci per indurla a parlare, le furono strappati i seni e cavati gli occhi, ma ella resistette imperterrita allo strazio atroce senza dir motto. Dopo dura prigionia con le carni straziate ma non piegata nello spirito fiero, dopo avere assistito all'esecuzione di dieci suoi compagni, affrontava il plotone di esecuzione con il sorriso sulle labbra e cadeva invocando un'ultima volta l'Italia adorata. Leggendaria figura di eroina e di martire
".
Questa, la conosciamo tutti, è la motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Militare ed alla Memoria della Resistenza assegnata a Gabriella Degli Esposti.
È lei che voglio ricordare, anche per il suo impegno (benché avesse due bambine piccole e fosse in attesa di un terzo figlio), nell'organizzazione dei primi "Gruppi di Difesa della Donna".
E, insieme a lei, tutte le donne che nelle giornate del 13 e del 29 luglio del 1944, le centinaia di donne che scesero in piazza a Castelfranco Emilia per protestare contro la scarsità di alimenti e per manifestare contro la guerra.
E quelle che - alla notizia del ritrovamento sul greto del Panaro a San Cesario del suo cadavere seviziato orrendamente - raggiunsero i partigiani, costituendo il distaccamento femminile "Gabriella Degli Esposti", forse l'unica formazione partigiana formata esclusivamente da donne.

Ed è pensando a loro, che voglio concludere leggendovi delle belle parole, parole semplici ma lucidissime, di Teresa Mattei:
"Le donne hanno una mentalità orizzontale: guardano intorno a sé, praticamente, si tirano su le maniche per fare le cose. Non guardano al potere, è più un modo degli uomini questo, verticistico. Le donne guardano lontano ma sempre al loro livello, e questo vuol dire democrazia, vuol dire pace, vuol dire concretezza nella vita. La politica delle donne è la vera politica.
Se voi pensate bene, le donne dicono delle cose semplici, non ho mai visto uno scandalo politico fatto da donne qui in Italia, come mai? …

Ascoltate le donne che danno la vita, che non hanno mai cercato il potere, ma il sapere, la conoscenza.
Abbiamo uno sguardo orizzontale che è lo sguardo della pace. Lo sguardo verticale ce l'ha il potere maschile che dirige le cose, fa tutto quello che vuole, comanda.
Noi non vogliamo comandare, vogliamo stare insieme e decidere delle nostre sorti, decidere della vita nostra e dei nostri figli e di quello che loro potranno fare meglio di noi.
Offriamo anche agli uomini queste nostre opportunità e allora vi sarà una parità costruttiva.
"