Bologna, 8 marzo 2007
Più di sei donne su dieci in Emilia-Romagna sono occupate, con un tasso di occupazione femminile che si attesta al 61% e pone la Regione oltre l’obiettivo di previsto per il 2010 dagli accordi sulla Strategia Europea per l’Occupazione di Lisbona; il tasso di disoccupazione è fermo al 4,4%, circa la metà del dato nazionale e di quello europeo, ma tuttavia le donne che lavorano nella nostra Regione registrano condizioni contrattuali più precarie degli uomini, che arrivano ad avere condizioni stabili di lavoro intorno ai 30 anni, mentre per le donne i tempi della precarietà si allungano per un ulteriore decennio. Ad affermarlo sono i dati raccolti dall’assessorato regionale al Lavoro e diffusi in occasione dell’8 marzo.

In Emilia-Romagna non si hanno difficoltà nell’aspetto quantitativo, bensì qualitativo. A fronte di una
disoccupazione molto contenuta, l’accesso al lavoro stabile per le donne è difficoltoso, così pure la conquista di un reddito adeguato e di una condizione soddisfacente in termini di percorsi di carriera e di sviluppo di competenze. Le donne lamentano una progressione di carriera insoddisfacente, soprattutto rispetto all’investimento in formazione: studiano di più degli uomini, raggiungono a scuola e all’università risultati migliori, ma una volta arrivate nell’ambito lavorativo denunciano un differenziale retributivo. A parità di condizioni contrattuali e di responsabilità, le donne guadagnano, infatti, circa il 27% in meno dei colleghi maschi, se sono dipendenti e circa il 40% in meno se sono autonome. Tali distanze non sono dovute tanto ad un numero medio annuo di ore retribuite inferiori a quello degli uomini (lavorano infatti più a termine e a part-time), quanto ad una condizione generalizzata che attraversa tutti i Paesi di differenziali salariali a parità di condizioni contrattuali e responsabilità.

“Discriminare oggi le donne dal mercato del lavoro è un lusso che nessuna regione e nessun paese si può permettere – dice l’assessore regionale al Lavoro e Pari Opportunità, Paola Manzini - Il riscatto delle donne non è più soltanto una questione etica, è una necessità, investire sul capitale umano femminile è l’unica via pensabile da percorrere. Per questo tra gli obiettivi specifici che la Regione Emilia-Romagna ha individuato con il nuovo Programma Operativo Regionale (POR) per l'attuazione del programma di competitività e occupazione attraverso il Fondo Sociale Europeo, prioritarie sono le azioni per dare sostegno al lavoro femminile e per un migliorare l’accesso e la permanenza delle donne nel mercato del lavoro”.

Oltre che più istruite, sono anche più flessibili o per propria scelta o per necessità imposta dal mercato. Le lavoratrici dell’Emilia-Romagna lavorano per due terzi a tempo pieno da dipendenti oppure da autonome, per un terzo in part-time e per il 10% a termine.
La maggiore precarietà e flessibilità oraria, la maggiore scolarizzazione che ritarda l’ingresso nel mercato del lavoro, il minor reddito medio da lavoro fanno sì che le donne acquisiscano anche una pensione più ridotta. E in tal senso, il dibattito sul processo di riforma del sistema pensionistico prevede un prolungamento ulteriore della vita lavorativa delle donne fino ai 62 anni d’età.
Il maggior lavoro extradomestico non comporta una redistribuzione dei carichi di lavoro all’interno delle famiglie, dove permangono forti disparità tra donne e uomini. Disparità che non si riducono sensibilmente tra le giovani coppie. Le donne risultano lavorare complessivamente otto ore in più degli uomini dell’arco della settimana. Il carico di lavoro retribuito e di cura si accresce per le donne più adulte, oltre i 35 anni che raggiungono quasi le 60 ore totali nella settimana. Ciò è dovuto all’aumento del carico di lavoro famigliare, e il contenimento della spesa pubblica per welfare, servizi sociali ed educativi, così come per le pensioni, sembra attribuire maggiori carichi e responsabilità sulle donne.